La faccenda è complicata (aka breve analisi triste)

La faccenda è complicata.

E giustamente arrovellarcisi il cervello sopra, mi sembra comunque una scelta furba, anche se non so in che metro di giudizio.

Mi chiedo cosa capiti nel mio cervello date certi tipi di situazione e allo stesso tempo mi chiedo cosa capiti in quello degli altri e nel suo. L’altro giorno ho chiesto ai bambini che super potere volessero avere e io continuo indubbiamente a sperare di svegliarmi un giorno con le stesse capacità di Jean Grey (X-Men, nda), cosí per entrare nei cervelletti degli uomini ed estrapolare nuove verità. Ma questo non succederà e alla fine ne sono felice, perché non voglio mica diventare più matta di cosí sull’argomento.

Comunque mi chiedo perché non sia successo assolutamente nulla, come mi aspettavo d’altronde, e allo stesso tempo, mi chiedo perché mi aspettavo che non succedesse nulla. Quindi molte risposte e poche domande, no?

Comunque credo che due criteri di analisi possano essere utili a comprendere meglio la situazione. 

Il primo constata il semplice fatto di averne trovato uno tanto in linea con la media dei soggetti maschili incontrati sul mio cammino fino ad ora (considerando solo coloro con i quali ho tentato il misfatto, non generalizzerò, dai!), quindi non proprio uno stinco di eticità e santità. 

Il secondo afferma che ne ho trovato uno tanto sfigato quanto la sottoscritta (sempre in tema amoroso, che non si pensi che io mi ritenga della categoria sfigate nella vita). 

Data la condizione che è impossibile, anzi quasi-impossibile (perché comunque ci sono io) che il soggetto sia del secondo tipo, una breve ma intensissima analisi, porta inevitabilmente a sostenere di trovarsi più ragionevolmente e facilmente di fronte a un soggetto del primo tipo. Anche perché se fosse del secondo, proprio come me, la situazione non potrebbe mai evolversi, nel senso come se ne esce? Quindi nell’autoconvincimento, vedo via di uscita più facile nel primo tipo, cosicché la mia mente possa giustificare l’ennessima battaglia persa sul campo insaguinato dell’amore reciproco, anche se sarebbe molto più bello fosse del secondo tipo. Due sfigati insieme, che in un modo o nell’altro escono dalla loro sfigaggine! Che cosa incredibilmente romantica, ma sticazzi tanto questa non è la mia storia! 

E ormai è sempre più un dato di fatto che per me l’amore ha più le sembianze di un film splatter che di uno di Nicholas Sparks, perché ogni volta ci lascio sangue corpo e anima, e questa adolescenza prolungata non beneficia sul mio plesso solare in continua ricerca di stabilizzazione emotiva, in più mi fa sentire cosí sciocca.

Quindi passo metà della mia giornata a chiedermi quando capirò il modo in cui decidono di andare le cose o quando smetterò di chiedermelo, o quando capirò cosa Iddio Benedetto ha pensato per me o quando qualcuno mi dirà what the fuck is wrong with me.

E se provate ancora una volta a dire niente, giuro, esco la bestia!

“Siate devianti, siate innovativi” (aka andare oltre) 

Teorema di Thomas, gran parte dei nostri problemi sta lí, in 3 parole: teorema di Thomas. E ancora mi trovo a dover validare questa teoria, eppure sembra cosí chiara: “se gli uomini definiscono come reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”. Logico, pulito, lineare. Dovrebbe essere eletto a dogma universale, se vogliamo dirla bene si tratta di rappresentazioni, esse sono il modo in cui leggiamo i fatti del mondo. Sí, le cose che ci capitano. Non vorrei finire nel relativismo estremo, perchè so bene che l’oggettività esiste, deo gratias aggiungerei, quindi dovremmo porci il sano e santo obiettivo di cercarla! Mi hanno insegnato ad essere flessibile: la scuola, il lavoro… “L’incantesimo del lago”, noto cartone animato diceva “non è quello che sembra, non è quello che sembra” e la flessibilità sta lí, sta qui. Non è quello che sembra è il nostro modo di interpretare le cose, vuol dire semplicemente “non è cosí semplice”, non è tutto lí quello che si vede, non è tutto oro quello che luccica e potrei andare avanti con le frasi fatte un bel po’ e io ringrazio che la sociologia, piú di tutto, mi ha insegnato questo: avere lo sguardo aperto sul mondo! Insomma! Vai oltre, andiamo oltre, per il bene di noi stessi e per quello dell’umanità. 

Essere flessibili, sí, a volte (la maggior parte) significa un bel cetriolo nel di dietro! Ma significa anche cercare l’inatteso! Cercare quello che il mondo vuole dirci e come ce lo vuole dire, senza imporre nessun rigido schematismo! 

Allora perché dobbiamo farne una questione di principio sempre? 

Ma che cazzo è questo principio a cui si inneggia continuamente? La verità, miei cari, è che non lo sapete neanche voi che cazzo è! Lo seguite perché forse qualcuno ha detto che si fa cosí, o perché tutti lo fanno, ma vi consiglio vivamente di fare un po’ gli outsider, siate devianti, siate innovativi (e Steve Jobs me fa un baffo). Adattatevi! Smussate gli angoli, perché le persone che “sopravvivono” nella vita, non sono quelle rigide, perché se fossero cosí, si frantumerebbero al primo urto! Sono quelle elastiche, morbide, flessibili, perché hanno voglia di rialzarsi! Pensateci, qual è l’istinto piú forte che abbiamo in quanto uomini? L’istinto di sopravvivenza ed è per questo che parlare di morte è un tabú, è per questo che la violenza, il dolore ci fanno rabbrividire. Perché desideriamo la vita piú di ogni altra cosa. È l’istinto di sopravvivenza è questo: spirito di adattamento, resistenza, resilienza! E per vivere, mi hanno scritto, “per volare alto (nella vita, aggiungo io) servono 4 cose: coraggio, tenacia, tecnica ed elasticità! Non è semplice! E non è da tutti!”. Logico, pulito, lineare. E non potevano esserci parole migliori per dirlo. 

“Questione di tempo” (aka voglio augurarmi che…)

Sono due giorni che provo a scrivere qualcosa, perché penso che sia l’unico modo che ho per liberarmi dei pesi che mi porto dietro, sempre con troppa insistenza, come se volessi dimostrare a qualcuno che ce la posso fare, che sono brava a resistere, ma con l’unico risultato di imprigionare solo me stessa. E stasera ho visto un film, è un mese che lo voglio guardare e che ogni tanto lo carico in streaming, ma poi non lo guardo mai, forse perché non era mai stato (fino a stasera) il momento giusto per guardarlo. Perché le cose arrivano sempre quando è il loro momento, e io ho bisogno che ogni volta qualcuno me lo ripeta. A volte è un libro, a volte è una persona che conosco da una vita, a volte è uno sconosciuto, a volte (come in questo caso) è un film a dovermelo dire e “quando meno te lo aspetti” è la frase che ufficialmente odio di piú nella vita.

“Questione di tempo”… è già tutto nel titolo. E questo, sí, sarà un post al diabete probabilmente. Avrei voluto scrivere in questi giorni, un post arrabbiato, sarcastico, triste… ma non ci sono riuscita.

È stato un film profetico… sí d’accordo, dico spesso che le cose sono profetiche, l’ho detto anche per il cappellino da babbo natale ritrovato prima del concerto la scorsa settimana, forse “profetico” potrebbe anche essere usato come sinonimo di “giustificato”, quindi il fatto che avessi trovato il cappellino da babbo natale poco prima del concerto ha giustificato il fatto che lo dovessi indossare a tutti i costi, contro la mia volontà, ma torniamo alle cose serie. Il film è stato profetico perché a due giorni dal termine del natale, ha giustificato il fatto che io abbia passato due giorni a piangere, forse perché le feste erano decisamente passate troppo in fretta e la mia euforia mi aveva abbandonato addirittura prima di cominciare qualsiasi cosa, forse per giustificare il fatto che, mannaggialaputtana, vivo la vita a cuore pieno, nel senso che ogni volta rischio un tracollo cardiaco per le aspettative che dico di non essermi fatta sulle cose, le situazioni, le persone.

Tutte le volte ci casco… come quando partorisci un bambino, non che io sia pratica e nemmeno del tutto convinta che sia la metafora piú adatta, ma dicono tutti che, incredibilmente, la volta dopo non ti ricordi del dolore che hai provato quella prima. In realtà io me lo ricordo bene il dolore, e questo rende fallimentare la metafora del parto, ma l’unica cosa che conta è che alla fine ci casco sempre, non si sa bene per quale congettura astrale e intanto, mi sto già perdendo.

Volevo solo dire che le cose succedono, che le persone entrano continuamente nella nostra vita, per una sera soltanto, per molto tempo o per sempre, ma questo non le rende meno importanti, perché hanno sempre qualcosa da dirci, sí, a volte sono cose molto stupide, ma tutte le altre magari no. E la vita va vissuta cosí, come viene, senza le angosce del futuro e senza la nostalgia dei ricordi. Hic et nunc, qui e ora. Quindi, è vero che ci sono giorni in cui ti senti un po’ piú vivo degli altri, perché hai fatto un bel sogno, perché è andato bene un esame, perché qualcuno ti ha detto che ti vuole bene, perché hai mangiato un bel piatto di pasta o perché qualcuno ti ha guardato e ti ha fatto sentire bella. E poi ci sono quei giorni , in cui tutto questo non succede, ma tu sei vivo lo stesso. Certo, se la vita fosse sempre scintillante sarebbe meglio, certo, vorresti che quelle sensazioni fossero sempre presenti, ma non lo sono e questa nostalgia canaglia contribuisce solo a non farti godere delle piccole e belle cose che ti circondano. È vero, non ha senso, non tutto ce l’ha, o almeno, adesso no, ma il fatto di pentirsi sempre di aver provato anche solo per qualche ora un po’ di quelle sensazioni, ce l’ha ancora meno e tutto diventa così pesante, quando invece era nato con l’intento contrario.

Per cui, a me che sembra tutto così difficile, voglio augurare questo “… vivere ogni giorno, come se avessi deciso di tornare a quel preciso giorno, per godermelo come se fosse l’ultimo della mia straordinaria, normalissima vita!” (Questione di Tempo). Non sarà facile, basti pensare al fatto che ho scritto questo post ieri notte e questa mattina mi sono svegliata lo stesso con un macigno sul cuore, ma repetita iuvant e io ce la posso fare.

“E così mi ha svelato la sua ricetta segreta, della felicità. La prima parte del programma era continuare a fare la mia solita vita, vivendo giorno per giorno, come fanno tutti… Ma poi c’è la seconda parte del programma di papà. Mi ha detto di vivere due volte lo stesso giorno senza cambiare quasi niente. La prima volta con tutte le tensioni e ansie che ci impediscono di vedere quanto sia bello il mondo e la seconda volta VEDENDOLO”

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Ricordi di Natale (aka Natale è…)

 

Natale è…

quella volta in cui a tua madre viene in mente di estrarre il nome di un parente a cui avresti dovuto fare il regalo, così ognuno si sarebbe impegnato a trovare un regalo per una sola persona e non per tutti quanti, ma a te che hai 10 anni capita tuo zio di 40.

Natale è…

quest’anno l’albero lo faccio io, tanto poi lo smonta mamma.

Natale è…

tutti quegli anni passati ad appostarsi con i cugini davanti alla porta per vedere Babbo Natale, ma alla fine i cartoni animati vincevano sempre e Babbo Natale non sei mai riuscito a vederlo.

Natale è…

quella volta in cui ti hanno riempito di regali perché sei stato un bravo bambino, ma poi la Befana ti ha portato il carbone perché sei stato cattivo e tu ti chiedevi che cosa potevi aver combinato in due settimane.

Natale è…

quando tutti sanno che Babbo Natale passa dal camino per portare i regali, ma tu a casa il camino non ce l’hai.

Natale è

Tua mamma che ogni mattina rimette in piedi le pecorelle del presepe che avevi messo a dormire la sera prima.

Natale è…

la sciarpa, il maglione, il marsupio, il cappellino, le babucce, i calzini più brutti della storia e tu che ormai hai affinato le tue tecniche di recitazione e riesci comunque ad accennare un sorriso di sorpresa quando apri il regalo della zia.

Natale è…

quando ripeti tutti gli anni, che il prossimo cambierai il menù, ma intanto parli di cosa mangerai il giorno dopo.

Natale è…

Il mio.

Natale è…

Beh, mica lo posso dire io. Dimmelo tu.

 

“Caro Signore” – Monologo tratto da “E Johnny prese il fucile”

johnny_ivrea-01-e1441452929208Caro Signore, io ci tengo alla mia vita e se la mettessi in palio per la libertà prima voglio sapere di che libertà state parlando ed esattamente quanta di quella libertà ne potrò poi godere io. Forse troppa libertà sarebbe altrettanto nociva che poca libertà, e allora caro Signore io ho già deciso che mi va bene la libertà che ho qui adesso, ora. Caro Signore la ringranzio, ci spieghi bene, Signore, di che dignità ci parla. Ci dica come mai un degno uomo morto si debba sentire meglio di un indegno uomo vivo. Io prego tutti coloro che vogliono combattere per salvare il nostro onore di farci capire che cosa diavolo sia l’onore, stiamo forse combattendo perché l’onore americano sia salvo in tutto il mondo? Forse gli abitanti delle isole dei mari del sud preferiscono il proprio onore. Cristo, fateci combattere per cose che possiamo vedere e sentire e toccare e capire, basta con le parole come patria. A cosa diavolo ti serve la tua madre patria quando sei morto? Esistono ancora ideali per i quali vale la pena di combattere e vivere e morire, se così non fosse saremmo ripiombati nella barbarie , allora io dico, restiamo pure barbari, purché non ci sia la guerra; tenetevi pure i vostri ideali, purché io non debba pagarli con la mia vita. E quelli dicono: “E ma come i principi sono più importanti della vita”, forse saranno più importanti della TUA vita, ma non della MIA. Dei milioni che sono stati uccisi ne è mai tornato indietro uno a dire “Per Dio sono contento di essere morto, perché la morte è sempre meglio del disonore”, uno di loro ha mai detto: “Guardatemi, sono morto, ma sono morto in nome della dignità”. Uno, uno l’ha mai detto? Solo i morti sanno se vale la pena o no di morire per tutte quelle cose di cui la gente parla… E i morti non possono parlare. E quei cinque o sette milioni di uomini che si imbarcarono e morirono per salvare la democrazia nel mondo? Che cosa provarono quando il gas entrò loro nei polmoni? Quei ragazzi sarebbero morti pensando alla democrazia? Alla liberazione, alla libertà, all’onore? Ecco, hai proprio ragione tu. Non l’hanno fatto. Hanno pensato a cose che un uomo può capire, sono morti con un solo, unico pensiero in testa, e quel pensiero era “voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere”. Io lo so. Io lo so. Io sono la cosa più vicina ad un morto, io so tutte le risposte che sapevano i morti, nessuno può avere qualcosa da ribattere su questo. Io parlo come loro perché sono uno di loro. Io posso dire: “Caro Signore non c’è niente per cui valga la pena di morire. Io lo so perché io sono morto. Non c’è una parola che valga la vita”. Io tradirei la democrazia per avere salva la vita. Io tradirei l’indipendenza e l’onore e la liberazione e la dignità per avere salva la vita. Io do a lei tutte queste cose e lei da a me il potere di camminare e vedere e sentire e respirare l’aria e assaporare il cibo. Io non chiedo una vita felice, non chiedo una vita decente o una vita onorevole, chiedo semplicememente la mia vita. Punto.

Monologo tratto da “E Johnny prese il fucile”

Audiodramma in teatro della Fonderia Mercury, tratto dal romanzo di Dalton Trumbo.

 

“Io Prima di Te” (aka la recensione “…dopo aver versato tutte le mie lacrime”)

Dopo aver letto il libro, visto il film in lingua originale e visto il film in lingua italiana e aver versato tutte le mie lacrime, credo di essere pronta a fare una recensione di “IO PRIMA DI TE” (di Jojo Moyes)

Ocho, lo spoiler è dietro l’angolo! 

Questa storia mi ha ucciso. Ho pianto quando ho letto il libro, ho pianto quando ho visto il film in inglese e quando l’ho visto in italiano ero seriamente compromessa, tanto che alla fine del film abbracciavo un cuscino singhiozzante. Se ci penso mi metto ancora a piangere e, al momento, l’unico rammarico è stato non aver avuto un fidanzato zerbino da trascinare al cinema per vederlo in hd e dolby surround e, invece, me lo sono dovuto guardare da sola sul lettino di camera mia, ma meglio così, non mi sono risparmiata nessuna emozione.

Forse è bene cominciare dalla trama:

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Louisa è una ragazza di ventisei anni che ama vivere nella sua cittadina inglese. Costretta a trovare un altro lavoro quando il locale dove lavora da 6 anni chiude, Louisa si districa tra una serie di altri mestieri, fino a quando all’ufficio di collocamento le suggeriscono un lavoro presso la famiglia Traynor, della quale dovrà prendersi cura di Will, il figlio trentenne e tetraplegico da due anni, a causa di un incidente stradale. In questa storia nessuno dei due sa che sta per cambiare l’altro per sempre.

” -Io prima di te- è la storia di un incontro. L’incontro fra una ragazza che ha scelto di vivere in un mondo piccolo, sicuro, senza sorprese e senza rischi, e un uomo che ha conosciuto il successo, la ricchezza e la felicità, e all’improvviso li ha visti dissolversi, ritrovandosi inchiodato su una sedia a rotelle. Due persone profondamente diverse, che imparano a conoscersi senza però rinunciare a se stesse, insegnando l’una all’altra a mettersi in gioco” (così recita la trama del libro).

Questo libro, se non fosse stato per mia madre che me lo  ha comprato in uno slancio di ho-voglia-di-fare-un-regalo, non lo avrei mai comprato di mia spontanea volontà, ma grazie mamma per avermelo regalato, innanzitutto ha alleviato una delle mie settimane al lavoro lontano da casa, immersa nella noia mortale della sera senza amici e poi, l’adolescente sempre presente in me è rimasta proprio contenta di averlo letto, ma anche la semi-adulta, perché è inutile dire che vogliamo tutti fare i fighi e gli intellettuali e poi… Il libro di Jojo Moyes è un libro “leggero” e scorrevole, la storia è ben strutturata, rallentata in alcuni punti, in particolare, quando l’autrice lascia spazio ad alcuni personaggi secondari, che in ogni caso, sono dei personaggi chiave per i protagonisti, grazie ai quali o a causa dei quali la loro volontà di azione si muove. I personaggi sono lineari e coerenti fino alla fine e questo fa in modo di non renderlo scontato, come ci si aspetta da un libro d’amore qualsiasi (vd. Nicholas Sparks per citarne uno a caso, proprio –> leggi le mie considerazioni in merito https://wordpress.com/post/lucykhushi.wordpress.com/2233https://wordpress.com/post/lucykhushi.wordpress.com/640).

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Il film è stato ancora di più una sorpresa, l’ho visto in inglese sottotitolato e forse non sono stata così attenta per capirlo fino in fondo, quindi alla fine mi ha lasciato lo stesso amaro in bocca e la piccola delusione che in qualche modo mi aveva dato il libro. Infatti, quando ho finito il libro e il film ho pensato subito “no, non mi è piaciuto”, forse perché ci lamentiamo sempre che i film e i libri d’amore non rispecchiano mai la realtà dei fatti e che “quello succede solo nei film” e, invece, quando non succede proprio “quello succede solo nei film”, ci rimaniamo male e ci incavoliamo come delle bestie, per aver visto l’ennesimo film del cazzo. Poi ho visto il film in italiano e mi sono resa conto che, più di un mese fa, il personaggio di Will non l’avevo capito fino in fondo, non l’avevo accettato, tanto quanto lui non accetta se stesso. Will, nel libro, non mi ha fatto impazzire, mi è sembrato sempre troppo freddo, un uomo che non ha mai provato a lasciarsi andare e che non ha nemmeno provato ad accettarsi nella sua nuova condizione. A un mese di distanza penso che Will sia un personaggio straordinario, ma ho amato entrambi i personaggi. Da un lato, la stravaganza di Lou e il suo entusiasmo per la vita e per tutto quello che la circonda, è capace di farti amare la vita un po’ di più o almeno di farti aguzzare un po’ di più lo sguardo su quello che ti capita intorno, nonostante sembra sia tutto così stretto e limitato nella cittadina inglese in cui vive Clark (cognome di Lou, nda) così come a casa tua; e dall’altro Will, che ha un carisma incredibile, è un uomo reso fragile da un incidente eppure così forte, sicuro e incredibilmente virile anche nella sua situazione (almeno per me lo è stato). 

Emilia Clarke e Sam Caflin (i due protagonisti del film) hanno reso benissimo i due personaggi. Emilia è di una bellezza disarmante e non poteva che essere lei Lou, e non qualcun altro; la sua espressività rappresentava perfettamente le caratteristiche del personaggio inventato da Jojo Moyes. E Sam, bello, biondo e dall’accento inglese (quindi in ogni caso una promessa) è stato inaspettato ed emozionante, è riuscito a dare a Will quel sentimento che nel libro, forse per colpa mia,  non ero riuscita a percepire. Le sue parti migliori sono state, senza dubbio, i suoi sguardi: nel posto giusto, al momento giusto e nel modo giusto; e le parti dalla seconda metà del film in poi, quelle che “quando cominci a piangere, sai già che finirai tutte le tue lacrime nel giro dei 50 minuti mancanti”, ma che ve le dico a fà. 

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La colonna sonora ha contribuito a rendere tutto meravigliosamente appassionante e commovente, perché anche in questo caso: la musica giusta al momento giusto e con le parole giuste.

Questa è la storia di un incontro, di legame, di un amore che nasce e cambia la percezione della vita dei protagonisti, e lo so, che non è una delle recensioni solite, ma stasera questo film mi ha folgorato e forse metterete e metterò in dubbio la mia capacità critica e il mio buon gusto in fatto di libri e di film, ma chissene, perché bisogna smetterla di trattenersi e fare gli indifferenti di fronte a un po’ di leggerezza, a un po’ di amore e a un po’ di immaginazione e, soprattutto, bisogna smetterla e io devo smetterla di reprimere queste maledettissime emozioni.

 

 

 

Le Repliche (aka “sapete cosa c’è d’estate alla tv?)

Sono entrata in un tunnel brutto, bruttissimo. Io l’ho detto che l’estate è un brutto periodo per fare delle cose. L’estate è una stagione nostalgica,  tornano i ricordi e ti viene un’incredibile voglia di  rivedere tutte le persone che non vedi da una vita. L’estate è un tempo straordinario, nel senso che è fuori dal tempo ordinario, è un tempo presente, un tempo passato e nostalgico e un tempo futuro e imminente, fatto di scelte che tu non hai la lucidità necessaria di prendere. Proprio per questo l’estate è una grande stagione per vedere la televisione, perché molto spesso ti capita di annoiarti e fare zapping tra i canali del digitale terrestre e sapete cosa c’è alla d’estate alla tv? Le repliche! Repliche ovunque! Ed è così che resti fregata malamente, perché nel corso dell’anno, la tele non hai mai tempo di guardarla e non incappi nei tunnel-senza-uscita proposti da tutti i programmi più inutili della storia, come “Non ditelo alla sposa”, “4 matrimoni”, “Hell’s Kitchen”, “Fratelli in affari” e potrei continuare all’infinito. Ma è ovvio che la forza di volontà è sempre molto precaria e di tunnel ne hai già cambiati parecchio, ma tutti arredati con gusto!

Ed è successo l’inevitabile. Ho visto Masterchef Italia e mi sono innamorata. Ero riuscita a starci ben lontana, nonostante abbia in casa mia madre pienamente addicted e una serie di persone che “no, stasera non posso perché c’è Mastechef”. E invece è successo, è successo come mi capita di solito di finire dentro ai tunnel: per amore. Perché ti appasioni alle cose? Perché ti piacciono, perché le ami, anche se questa storia di innamorarsi con una tale velocità dovrebbe finirla. E la barba di Cracco “lo strunz” fa proprio un certo effetto, gli occhialetti e l’accento bolognese di Barbieri hanno del fascino su di me, Joe, mmmh non ho opinioni in merito al momento se non “che cazzo ci faccia lì, non l’ho ancora capito”, ma i concorrenti sono l’amore infinito, perché ti fanno ridere, emozionare, incazzare a bestia, e ai pressure test ti proprio venire l’ansia, poi quando individui la cerchia dei tuoi preferiti, arriva la fase “piena addicition”. Infatti mi sono innamorata di un concorrente, fattibile no? As usual, d’altronde.