Nomen Omen (aka “Marco nel mio diario ho una fotografia”)

Marco.
Stanotte ho sognato un uomo che si chiamava Marco, era un ingegnere e viveva ancora con i suoi genitori… Era alto e moro e mi dispiace non era quello che avevate pensato…
In realtà, erano un po’ di giorni che, in uno dei tanti viaggi in solitaria in macchina, pensavo a questo nome e, come al solito, a tutte le persone che ho incontrato nella mia vita che lo portavano, dei quali meritano menzione solo tre attualmente. Mi è venuto in mente che Marco è un nome che mi piace tanto, è un nome figo, è il nome di un figo, cioè di uno che sta sul pezzo, capite? Non sono tanto convinta di quest’ultima parte, ma vediamo se la situazione migliora con il progredire del post.
Comunque, per dirlo, ci sono alcuni incontri nella vita che restano o di cui ti ricordi perché ti beccano in certi momenti importanti della tua vita, per questo, ogni tanto, me ne esco con la solita frase: “per me meritano un’attenzione particolare” ed, evidentemente, i Marco sono arrivati nei momenti giusti e, a questo punto, come minimo, i Marco che stanno leggendo questo post e sono presenti nella mia vita, o lo sono stati, anche se credo che solo uno di loro potrebbe star leggendo questo post, dovrebbero già avere gli occhi lucidi, vi sto dedicando un post, non so se…

Marco era il figlio del mio vicino di casa, quello del piano di sopra, era tanto affezionato a me e mio fratello. Sua sorella ci faceva da babysitter, quindi, ogni tanto, veniva anche lui da noi e io, da brava bimbetta (secondo me tutto potrebbe essere successo prima dei 6 anni), ero innamorata di lui e pensavo che lui lo fosse di me, cioè ero convinta di piacergli, ma solo molto anni dopo (o forse no) mi sarei resa conto che la cosa non era possibile e che questa tendenza di immaginarsi le storie d’amore sarebbe stato un grandissimo problema nel corso della mia vita. Era alto, moro, occhi azzurri, tatuato e sorridente, un mix esplosivo in sostanza e pericolosissimo. Mia madre mi ha raccontato che, quando veniva a salutarmi con la sua ragazza del periodo, facevo la bambina acida e impertinente e mi tenevo stretta stretta il MIO Marco, perché era MIO, non curandomi della presenza di lei. Tsk!! Qualche anno fa credo abbia preso un gatto, probabilmente nella fase zitella della sua vita e quando tornava a casa e metteva la macchina nel garage, proprio di fronte al mio balcone, lo chiamava, aspettava che uscisse e gli urlava frasi d’amore dal cortile e lì, ho cominciato a fare delle domande a me stessa, a chiedermi se fossi davvero sicura che potesse piacermi uno che faceva così con un gatto, poi abbiamo toccato la fase ornitologa (equivoca questa!) e le sue sopracciglia erano diventate talmente “a gabbiano” che quando lo incontravo per le scale, abbassavo lo sguardo vergognandomi del fatto che non mi era ancora chiaro che solo a Cara Delevigne stanno bene le sopracciglia da procione, poi ha avuto un figlio e quando arrivano i figli, finisce il desiderio, di qualsiasi tipo esso sia.

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Marco era il cugino di una mia cara amica, quando aveva 12 anni, era un po’ esagitato e picchiava la gente, o forse erano solo i suoi fratelli. Media altezza, moro, capelli lunghi, abbronzato e campagnolo, un altro mix esplosivo in quella fascia d’età. Quando l’ho visto la seconda volta aveva 16 anni e io 13, mi sentivo una ragazzina stupida (e lo ero) e, come spesso succede, si era accorto che mi faceva un certo effetto, tipo una paralisi facciale ebete quando mi rivolgeva la parola. Non era della mia zona, per cui vederlo era un’occasione davvero unica, capitava poche volte, in genere nelle feste comandate: la solita grigliata di pasquetta era diventata, improvvisamente, la cosa più bella che potesse capitare.
Abbiamo una foto insieme, che non so dove sia finita, sarà in fondo ad un cassetto, ma ricordo che la custodivo con tanta cura. In quella foto faceva il dito medio, era un duro!!! Ci eravamo scambiati i numeri di cellulari, o più facilmente ero riuscita ad ottenerlo in qualche modo, e credo ci fossimo scambiati dei messaggi abbastanza inutili. Un giorno gli ho fatto uno scherzo telefonico, ma a quel punto mi era già passata la cotta perché, altrimenti, conoscendomi, non l’avrei mai fatto. E poi l’ho rivisto qualche anno dopo, quando sono andata a casa sua con i miei genitori, forse 16 anni li avevo io e mi chiedo se siano passati così tanti anni da allora, non ricordo, ma in quell’occasione ho conosciuto la sua fidanzata e ho pensato: “are you fuckin’ kiddin me?”. D’accordo, che fossi un campagnin (espressione tipicamente piemontese) me ne ero accorta, che la tua carriera negli studi non sarebbe stata brillante anche, ma sul serio stai con una nana tamarra e pure cessa? “No, Maria, io esco” ed è finita cosí, lui continua a stare con lei e io penso che, nella vita, ci si accontenta sempre troppo e ho appena notato che ho ancora il suo numero di telefono salvato in rubrica e andrò a controllare la sua foto profilo whatsapp, ma tanto con l’avanzare dell’età peggiorano tutti.

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Marco è un nuovo amico, cioè non so se è proprio un amico, nel senso che ci conosciamo da poco, o almeno, abbiamo cominciato a conoscerci un po’ seriamente da poco, per questo mi sembra strano definirlo “amico”, perché ho sempre pensato che gli amici potessero essere solo quelli che conosci da una vita, ma le convinzioni che ho sempre avuto si stanno sgretolando con un certa rapidità ormai, quindi non posso dirlo con certezza. Medio basso (che potrebbe essere simile e medio alto), biondo, occhi scuri, spalle definite e simpatico. Non so se avete notato la progressione (o regressione) di altezza dal primo. La prima volta che ci siamo visti si è presentato, la seconda volta che ci siamo visti si è presentato, la terza volta che ci siamo visti si è presentato, la quarta volta che ci siamo visti si è presentato e io, ogni volta, pensavo “Ma che cazzo! Ce la fa?”. Caro Marco, so che stai leggendo, pensa a come potrebbe sentirsi una persona dopo la quarta volta che ti sei ripresentato (e mi viene da ridere). Un anno dopo, quando finalmente aveva imparato il mio nome, è nato un amore, abbastanza improvviso, un amore platonico, state sereni! E adesso testeremo la mia capacità di osservazione e la mia bravura a evitare di giocarmi le amicizie…
Vena artistica e vena ingegneristica si incontrano nel suo cervello e nel mio, invece, risultano assolutamente incompatibili, ma Gardner mi farebbe un pippozzo sulla teoria delle intelligenze multiple per quello che ho appena detto. E’ caotico a tratti e potrebbe risultare disorganizzato, ma può diventare incredibilmente pignolo se le tue capacità di usare excel si limitano a scrivere un elenco in caselle, dimostrando anche delle difficoltà nel farlo. È un buono, uno di quelli che va via per ultimo o si propongono di aiutarti se hai bisogno di una mano. Ha bisogno di supporto, non intendo di un insegnante di sostegno, ma di supporto morale o solidarietà, che dir si voglia, cioè di qualcuno che gli dia delle conferme, di qualcuno che lo guardi e gli dica che gli è venuta in mente esattamente la stessa cosa che sta pensando anche lui, del tipo: “sono d’accordo con te, penso sia una buona idea”. Spesso ci sentiamo per telefono e mi faccio un sacco di risate perché parliamo veramente di cose a caso e nessuno dei due ci capisce mai un cazzo, e per questo è ancora più una figata, perché nella follia generale dei nostri cervelli ci intendiamo. E’ un moderatore, uno di quelli che non litigherebbe con nessuno, spesso facendosi venire il sangue amaro pur di evitare il “conflitto”, e fa strano sul serio vederlo o sentirlo arrabbiato, non te lo aspetteresti. E’ uno gioviale con tutti, affidabile e non credo sia capace di dire bugie (e spero di averci azzeccato), e siamo in due, evviva.  Dai, Marco, la gente lasciala stare, andiamo a mangiare il sushi?

Oggi un amico mi ha detto che noi donne siamo troppo esplicite e che dovremmo esserlo di meno, ma io non ce la faccio, quindi dico che sono arrivata alla fase in cui sono già troppe ore complessive che sto dietro a questo post e non so come chiuderlo. E lo finirò così, con una canzone di Marta sui Tubi, solo perché contiene un “caro Marco” e la canzone della Pausini la tengo per il titolo.

Guarda che a volte la cosa
più semplicemente umana
lasciare il controllo del male,
le Reti, le Diete,
e se è il caso di perdere parti di sé.Non ho pianto
questo è certo
ma era un sogno
ho un ricordo:Caro Marco,
ti scrivo dal profondo del mare,
nascosto dentro un giardino di corallo
a riparo dagli squali
ma invisibile per le sirene.
Quando ne ho voglia
alzo gli occhi e guardo il sole
attraverso un milione
di miliardi
di metri cubi d’acqua
e finalmente
non mi bruciano più gli occhi.

 

“The Best of me” (aka the worst of Nicholas Sparks)

Dai, vi dico la verità. Ho visto un ulteriore film di Nicholas Sparks solo perché sapevo che mi sarebbe venuto da scriverne una bella invettiva sopra, tirando fuori la mitica acidità latente, ormai sottaciuta da un periodo davvero positivo.

Avevo già scritto qualcosa su Nicholas Sparks che, sicuramente, era sulla stessa scia di quello che scriverò qui, perché provo una sorta di odio e amore nei suoi confronti, quindi, sapendo bene che l’odio e l’amore non sono che due facce della stessa medaglia, la cosa mi dà ancora più fastidio, perché è come dire che alla fine mi piace, e probabilmente sì, visto che comunque, prima o poi, i film tratti dai suoi libri li guardo di sicuro; che poi non posso neanche prendermela troppo con Nicholas Sparks, e invece sì, perché alla fine la storia la scrive lui.

Questa è la recensione di “Best of me – Il meglio di me” (contiene spoiler).

Sono un po’ ammalata, ho gli occhi lucidi e ogni volta che starnutisco mi provoco del dolore lancinante alla gola e, se non ho un fazzoletto nei paraggi, rischio di imbrattare capelli, coperte, ecc. di  sostanza mucosa (e non proseguo). Sappiamo bene che per la teoria della recidività, se stai male, vuoi stare ancora più male, e per questo, ho ben deciso di guardare il suddetto film, non so, volevo che il mio naso colasse di più e volevo che i miei occhi continuassero a lacrimare prepotentemente.

Il film inizia già con del surreale, James Marsden, Dawson, (il protagonista “vecchio”) è “vittima” di un’esplosione e viene scaraventato in acqua, restandoci per 4 ore, senza riportare lesioni di alcun tipo e va beh, continua poi, con una serie di flashback, che ricordavano tanto Le Pagine della Nostra Vita (giustamente), dove arriva la versione giovane di Dawson, Luke Bracey (decisamente meglio in versione bionda e con barba) e quindi, diventa la storia di lui, super figo, incapace con le ragazze, che viene notato dalla bellissima Amanda che, ovviamente, si innamora di lui e nessuno capisce perché (della serie: “ho prenotato una visita collettiva dall’oculista per tutte le protagoniste donne del film”), perché lui ha avuto un’infanzia difficile con padre violento, è un ragazzaccio e scappa di casa e si intrufola nel garage di uno che poi diventa come un padre per lui e lui come un figlio. Amanda, invece, ha una famiglia super ricca e tanti progetti, tipo fare legge all’università (il desiderio medio di ogni americana media) e fare tanta beneficenza e salvare tanti bambini, e il suo papà cerca di comprare Dawson con tanti soldi per tenerlo lontano da sua figlia, ma lui dice che niente equivale all’amore che ha per lei e si baciano e fanno l’amore per la prima volta… e poi succedono delle brutte cose, perché dopo tutto il film in cui il papà di lui non l’avevano più fatto vedere, lui torna prepotente a riprendersi suo figlio e picchia a sangue il nuovo “papà” di lui e poi Dawson si arrabbia e va con l’amico che doveva sposarsi e aveva la ragazza incinta a uccidere suo padre, ma non ce la fa perché è un buono, ma un colpo di fucile esce lo stesso e becca l’amico proprio in fronte e lui va in prigione e non vuole più vedere Amanda per salvarla, che invece va ogni giorno per un mese e ogni settimana per un anno a trovarlo. E poi non si vedono più per venti anni e lei si sposa e ha due figli, ma uno muore di leucemia, e lui non smette mai di amare lei e quando si rivedono scoprono che si amano tantissimo e si baciano e fanno l’amore dove l’avevano fatto l’ultima volta (che però era anche la prima), ma lei deve tornare dalla sua famiglia e da suo marito alcolizzato e tutti piangono e io piango e maledico Nicholas, e poi contemporaneamente succedono due cose:

  1. Dawson salva il figlio del suo amico defunto tanti anni prima che era diventato lo scagnozzo di suo padre brutto e cattivo che allora lo insegue insieme ai suoi fratelli perché lo vuole uccidere;
  2.  il figlio di Amanda ha un incidente stradale e deve subire un trapianto di cuore il più presto possibile.

Ditemi che, senza bisogno di spiegarvela, siete arrivati alla conclusione del film… E poi uno non si deve incazzare. Certo che si piange per forza, quando la gente muore si piange, quando rivedi il ragazzo che ti piace tanto e ti rendi conto che la cotta epocale che avevi per lui non ti è mai passata e, invece, lui non ti si è mai filato di pezza si piange (ah no, questa era un’altra storia). E poi dai, non credete sia poco credibile mettere Luke Bracey che è alto 1.83 a fare le versione giovane di Dawson e James Marsden che è alto 1.78 a fare la versione vecchia? Troppi pochi anni di differenza, troppo diversi fisicamente. E non so più cosa dire perché l’ho smenata per più di 823 parole, ma mi sento di dire che l’unica cosa buona e giusta di questo film fossero gli addominali di Luke Bracey e Amen!

Intolleranze (aka sono talmente disciplinata che mi dà fastidio la disciplina stessa)

Sono intollerante alla disciplina, ai divieti e ai rimproveri. Sarà che sono sempre stata molto dura con me stessa, tanto che il fatto che qualcun altro avesse da rimproverarmi qualcosa che avevo già ampiamente provveduto a rimproverarmi da sola, non mi è mai andato giú. Praticamente è un grandissimo paradosso, perché sono talmente disciplinata che mi dà fastidio la disciplina stessa! Ha senso? Quando a scuola la professoressa di italiano ci consegnava la lista dei libri da leggere per l’estate, in automatico, sapevo che nessuno di quelli mi sarebbe piaciuto e avrei dovuto soffrire le pene dell’inferno per riuscire a leggerli, solo per il fatto che non avrei potuto scegliere liberamente le letture da fare, che poi alla fine ho letto anche dei bei romanzi. Succedeva lo stesso quando la professoressa di francese cercava di farmi capire quando dovevo mettere l’accento grave invece di quello acuto, la guardavo annuendo e intanto pensavo a quanto mi davano fastidio i leccaculi, e cosí via per le altre lingue, inglese, tedesco, swahili… 

E poi è successo cosí per tutte le altre passioni della mia vita, mi piace scrivere, ma nei temi faccio cagare (e forse non solo in quelli), perché le consegne mi danno fastidio, cosa me ne frega di parlare del senso dell’amicizia che emerge in una serie  di poesie? Per non parlare di quando nella prima prova alla maturità uscí il titolo “siamo quello che mangiamo” e io ho deciso di impegolarmi nell’analisi del testo di Ungaretti, ottenendo scarsi risultati…

E poi c’è stata la musica in modo particolare, sono passioni, mica possono diventare rigida tecnica e sistemi statici? Ho una considerazione talmente alta della musica e del canto che mi sono sempre rifiutata di prendere delle lezioni per affinare la mia tecnica vocale e musicale, stupida no? Il solfeggio mi ha stroncato la carriera artistica, troppo metodo. Dopo qualche anno e dopo non pochi cambiamenti, sí, forse un po’ sono stupida o lo sono stata. Devi imparare per saper improvvisare. 

Mi è capitato oggi che qualcuno mi ha rimproverato, cioé non solo me, mentre stavo ripassando la parte e allora la mia vena anticonformista latente stava per uscire in modo prepotente, ma seguendo la linea del paradosso mi sono autopunita, abbassando la testa e restando in silenzio. Non so esattamente dove voglio andare a parare con questo post, ma d’altronde mi capita spesso di non sapere dove andare, ma credo che la mia frase tipo adesso sia “comunque andare” e il fatto che sia anche il titolo di una canzone di Alessandra Amoroso è puramente casuale, lo giuro, ma ha cosí tanto senso adesso, che non posso sempre fare l’altolocata di sta ceppa! E ho detto troppi “ma” e mi sta venendo la nausea. 

“Batman vs Superman”(aka opinioni opinabili sul film)

Premesse:

  1. Voglio scrivere assolutamente questo articolo costi il tempo che costi (credo qualche giorno)
  2. Non leggo i fumetti
  3.  Vivo una sorta di fanatismo per i film di Nolan su Batman

Ho visto Batman vs Superman: Dawn of Justice e questa è la mia opinione opinabile sul film. Contiene spoiler.

Alla prima scena, quando per l’ennesima volta, viene raccontata la storia della morte dei genitori di Bruce, stavo per alzarmi e andarmene, ma ho resistito perché la fotografia meritava. Mentre passavano le scene in basso a sinistra scorrevano anche i nomi degli attori: Henry Cavill, Ben Affleck, Amy Adams, Jesse Eisenberg, Jeremy Irons, Laurence Fishburne, Diane Lane, Kevin Costner, Holly Hunter… e io pensavo “sticazzi!”, ma poi mi sono resa presto conto che il cast(one) compensava tutte le altre mancanze del film e, anzi, mi sono chiesta quanti soldi avevano dovuto sborsare a Laurence Fishburne per fargli fare una parte assolutamente sostituibile da qualcuno di meno importante, ma non vorrei fare lezioni di economia.

La natura controversa dei due personaggi è il cuore del film, insieme al senso di giustizia un po’ anomalo che ha Batman, che marchia a fuoco i fuorilegge o li fa fuori direttamente, e la reazione dei terrestri alla presenza di Superman e il suo pseudo essere divino semi mortale.

La prima parte del film è completamente oscura alla comprensione dei più e decisamente confusionaria, troppe cose in ballo: le visioni di Bruce, le parti nel deserto africano, Lois e Clark che litigano a caso, Lois che giustifica la sua presenza nel film grazie a un proiettile insignificante e, as usual, è colpa sua se Superman viene sgamato brutalmente da Lex.

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Se la media delle fangirl stava pensando a quanto misurasse il diametro del braccio di Ben Affleck che, non so se avete notato, aveva delle serie difficoltà a chiudere le braccia e lasciarle distese lungo i fianchi, io, quando ho letto Jesse Eisenberg nei titoli di testa, ho pensato “Grazie Gesù!!” e, se non fosse stato per Jesse, questa recensione non meriterebbe di essere scritta e qualcuno avrebbe potuto gioirne. Ho letto in giro che questa versione di Lex, in realtà è poco conforme al personaggio dei fumetti e ai suoi predecessori (vd. Kevin Spacey), ma gli psycho un po’ ricurvi su se stessi mi fanno sempre un certo effetto (vd. Joker ne “The Dark Knight”), quindi date le premesse di cui sopra, Jesse Eisenberg valeva quasi l’intero film.

La prima parte è un coacervo di informazioni spiattellate a caso allo spettatore che non capisce se è finito in un noir, in un fantasy, in un action, in un horror o in un film di merda e basta. Gli indizi e le carte scoperte sono davvero troppe. Le parti di Batman sembrano un altro film che potrebbe avere anche un certo stile, anche se le braccia di Ben Affleck sono davvero troppo grosse, ragazzi! Poi sarà che tra tutti Superman non mi ha mai fatto impazzire, quindi le parti di Clark, per me sono davvero insostenibili, ma quanto è idiota? Ti prego Clark, datte na sveja, e si vede che il belloccio Henry Cavill non aiuta a farlo sembrare più furbo. Il Girl Power è sempre apprezzato, quindi Wonder Woman ci stava nel complesso, visto che senza di lei, i due avrebbero avuto delle serie difficoltà a sconfiggere Doomsday, il mostro cattivo più pessimo della storia.

Un film che nonostante sia ricco di informazioni è decisamente povero di struttura e logica… Sono arrivata alla fine del film che continuavano ad andare avanti e io pensavo “ma non è ancora finito? Basta” quindi… Non so se sia colpa di Zack Snyder o colpa degli sceneggiatori, ma qualcuno la colpa per questa roba se la deve prendere, soprattutto perché ce l’avete menata per più di due anni con questo film… Passo e chiudo, senza senso.

 

 

 

 

 

 

Caro Jude (aka Tua Lucy)

Avevo un amico… Ho usato l’imperfetto perché adesso non ce l’ho più, ma ci penso spesso, perché eravamo tanto amici, ma sono successe delle cose, perché succedono sempre delle cose e credo che la nostra amicizia sia finita per quello, non che ce lo siamo spiegati ufficialmente.

Questo modo in cui le cose finiscono e basta mi ha sempre disturbato parecchio. Uno vorrebbe sempre avere la possibilità di spiegarsi, di dire che non avrebbe voluto che andasse così, che non ha capito il motivo per il quale ad un certo punto ci si è arrabbiati l’uno con l’altro, che se pensa che io sia arrabbiata con lui dirgli che non è così, che se lui è arrabbiato con me, vorrei spiegargli che nonostante l’affetto, l’istinto di sopravvivenza ha preso il sopravvento e ho dovuto salvarmi perché stavo rischiando di rimanere soffocata in una battaglia che non era la mia. All’inizio, pensi che ci sia solo bisogno di un po’ di tempo per sbollire i nervosismi e per riuscire a ragionare lucidamente, e arriverà certamente l’occasione per poter ripristinare il rapporto, ma il tempo passa decisamente troppo in fretta e il corso degli eventi ti fa girare la testa velocissimo e già  un anno e mezzo è passato, e ti sei dimenticata l’ultima volta che vi siete visti, l’ultimo messaggio a cui ti ha risposto e che cosa è successo veramente, o meglio, lo sai bene cosa è successo ma, alla fine, non hai capito il motivo per il quale invece di affrontare insieme la cosa, avete deciso di uscirne da soli, mettendo in gioco corpo, anima, cuore e anche un po’ di sangue.

Ho sempre pensato che le risposte arrivino prima o poi, e anche se una situazione non ci sembra limpida nell’immediato, arriva il momento in cui tutto diventa improvvisamente chiaro, magari anche dopo anni, ma adesso penso che se non senti la necessità di chiarire la situazione subito, perché dovresti sentirla dopo anni, quando la vita è andata avanti in un modo o nell’altro?

Beh allora, forse leggerai questo post e questo blog, come altre persone che pensavo non lo avrebbero letto mai… E allora, come capita di solito, ne approfitto per lanciarti dei messaggi subliminali, che subliminali non sono poi tanto.

“Caro Jude,

mi manchi, ti penso spesso, ma sono brava a reprimere le emozioni, ho chiesto tante volte di te a chi poteva dirmi qualcosa, ti ho mandato gli auguri l’anno scorso per dirti che non mi sono dimenticata di te e spero tu non lo abbia fatto con me, che fa tanto male pensarti, che avrei voluto tu ci fossi alla mia laurea, che ti seguo sui social, perché adesso è l’unico modo che ho per sapere qualcosa di te, che mi ricordo del patto che avevamo fatto ma forse tu no e che spero tu riesca a realizzare il tuo sogno. La “nostra” canzone è ancora attaccata all’armadio in cucina, ma in quel posto ci vado poco anche io ormai e vorrei dirtelo… Chissà se suoni ancora la chitarra e adesso mi è venuto in mente che nel mio post sui chitarristi mi sono dimenticata di te ma non so perché. E ti dedico una canzone qui sotto, avrei potuto sceglierne una dei Beatles, ma mi sembra di tornare indietro ed è evidente che indietro non si può tornare.  A proposito, sai… Le cose sono cambiate, ma non così tanto, ti ricordi di cosa parlavamo sempre? Io sono sempre nella stessa situazione, spero che la tua si sia evoluta… Mi dispiace di essere sparita, perché so che fatica fai a lasciarti andare.

Ma sappi che ci sei.

Tua Lucy.”

Hope when you take that jump          

You don’t feel the fall

Hope when the water rises      

You built a wall     

Hope when the crowd screams      

They’re screaming your name     

Hope if everybody runs       

You choose to stay        

Hope that you fall in love

And it hurts so bad            

The only way you can know      

You gave it all you had                

And I hope that you don’t suffer

But take the pain                       

Hope when the moment comes,      

You’ll say

I did it all  

I owned every second that this world could give.               

I saw so many places, the things that I did     

Yeah with every broken bone 

I swear I lived.      

Le convinzioni che cambiano (aka “Ho capito che…”)

Non so se la canzone qui sotto rappresenti bene quello che scriverò in questo post, ma sono giorni che ce l’ho in testa e avevo voglia di condividerla…
Avevo già iniziato a scrivere l’altra sera, ma ero stanca e lo sono anche adesso, ma domani la sveglia non suona…
Sono giorni intensi, dove la voglia di “stare fuori” è sempre più grande e tornare “a casa” è difficilissimo, e più sto “a casa” e più non ci starei, e più “sto fuori” è più vorrei starci, perché…
Ho capito che bisogna alzare il cu** dalle sedie e partire,
che non ha senso sentirsi in colpa perché la propria vita sta andando avanti,
che appartenere è partecipazione,
che le persone te le scegli e che loro scelgono te,
che ci sono persone che conosci da una vita che sembrano non averci capito un cazzo di te e che ci sono quelle che conosci da un giorno che invece ti hanno beccato di brutto,
che “moderatamente” ci si può lasciar andare,
che la gente dice un sacco di cazzate senza rendersene conto,
che la consapevolezza è la base di se stessi,
che la morte di qualcosa che nasce è la sua minimizzazione e ridicolizzazione,
che le persone sono infastidite quando ti vedono felice,
che se hai voglia di fare qualcosa dovresti farla e basta,
che dovrei essere più equilibrata, ma proprio non ce la faccio,
che se si sta bene con qualcuno non bisognerebbe aver paura,
che si parla sempre di grandi cose, ma gli attimi ci passano davanti senza che ce ne accorgiamo,
che ci fissiamo sulle persone così possiamo attribuirgli la colpa quando le cose non vanno bene,
che abbiamo terribilmente paura di impegnarci,
che l’apparenza inganna, ma l’aspetto conta,
che abbiamo troppi problemi con noi stessi e che bisognerebbe solo amarsi un po’ di più.
Poi ne ho capite tante altre, ma magari ve le scrivo domani.

(Non)sense (aka “Le incomprensioni sono così strane”)

Diciamo che nel post-laurea avevo pensato a tutto un altro tipo di articolo sul blog, ma poi succedono cose, tipo che il mix alcool e stanchezza non è un buon mix, e ti viene improvvisamente in mente che forse ti stai perdendo anche se pensavi di aver appena preso la strada giusta. Dannata paura, lo so bene che a parlare sono gli strascichi di qualcosa che si è indissolubilmente dissolto (e sbaglio o ho usato la stessa parola?)

“Probabilmente non sei più chi sei stata ed è giusto così sia”, inizia così una poesia di Montale, ed è bello che il (non)caso ti metta di fronte una risposta che stavi cercando, perché quando la stanchezza ti assale, ti assalgono anche i pensieri ed è come se il cervello ad una certa dicesse “Anche meno… Perché dopo tutto questo entusiasmo è ora di pisciare più corto e tirare un po’ la corda”, giusto perché avevi osato fino al punto di usare la parola felicità quando qualcuno ti chiedeva come stavi. La follia per il tuo inconscio, in pratica!

“Non è quello che sembra” questa frase arriva da un cartone animato, ma io le ho sempre dato un certo grado di rilevanza nella mia vita, forse perché mi è capitato spesso di incappare in situazioni o persone che poi non erano quello che sembravano e ho il terrore di finire ad essere io stessa quella che non sembro (e questa è tesa!).

“Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”, dice Calvino e io ho una predilezione particolare per lui e penso che chi non ce l’ha, ha un problema più grosso di me.

Tolkien pensava o, almeno, Wu Ming 4 pensava che Tolkien pensasse: “Amava le parole, ma in un modo privato e peculiare. Erano arcani, enigmi da risolvere, contenevano storie, abbracciavano secoli e continenti. Ogni parola ne suggeriva altre, forse mai pronunciate, ma del tutto plausibili, ancora più dense di significati e di rimandi, quindi più vere” e questo post si è appena trasformato in un post con citazioni che posso capire solo io che so quello che sento e senza senso, cosa che capita spesso, perché ho interpellato 2 amiche sulle pippe mentali che mi assalgono questa sera e ho capito che un senso a questi problemi non è possibile darlo, che oggi è stata una giornata intensa e che adesso ho voglia di andare a dormire e non so se domani sorriderò o ci sarà bisogno di un altro sorriso disegnato su un foglio di carta, ma magari mi sono appena concessa la possibilità di mostrare anche l’altra parte di me, è forse è una delle prime volte (ma questo non è vero) che sfrutto il blog, che evidentemente è la forma di espressione che al momento mi riesce meglio, insieme al canto (ma lasciamo delle riserve su entrambi), per spiegare qualcosa che è così difficile dire a voce alta, guardandosi negli occhi.