“Io Prima di Te” (aka la recensione “…dopo aver versato tutte le mie lacrime”)

Dopo aver letto il libro, visto il film in lingua originale e visto il film in lingua italiana e aver versato tutte le mie lacrime, credo di essere pronta a fare una recensione di “IO PRIMA DI TE” (di Jojo Moyes)

Ocho, lo spoiler è dietro l’angolo! 

Questa storia mi ha ucciso. Ho pianto quando ho letto il libro, ho pianto quando ho visto il film in inglese e quando l’ho visto in italiano ero seriamente compromessa, tanto che alla fine del film abbracciavo un cuscino singhiozzante. Se ci penso mi metto ancora a piangere e, al momento, l’unico rammarico è stato non aver avuto un fidanzato zerbino da trascinare al cinema per vederlo in hd e dolby surround e, invece, me lo sono dovuto guardare da sola sul lettino di camera mia, ma meglio così, non mi sono risparmiata nessuna emozione.

Forse è bene cominciare dalla trama:

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Louisa è una ragazza di ventisei anni che ama vivere nella sua cittadina inglese. Costretta a trovare un altro lavoro quando il locale dove lavora da 6 anni chiude, Louisa si districa tra una serie di altri mestieri, fino a quando all’ufficio di collocamento le suggeriscono un lavoro presso la famiglia Traynor, della quale dovrà prendersi cura di Will, il figlio trentenne e tetraplegico da due anni, a causa di un incidente stradale. In questa storia nessuno dei due sa che sta per cambiare l’altro per sempre.

” -Io prima di te- è la storia di un incontro. L’incontro fra una ragazza che ha scelto di vivere in un mondo piccolo, sicuro, senza sorprese e senza rischi, e un uomo che ha conosciuto il successo, la ricchezza e la felicità, e all’improvviso li ha visti dissolversi, ritrovandosi inchiodato su una sedia a rotelle. Due persone profondamente diverse, che imparano a conoscersi senza però rinunciare a se stesse, insegnando l’una all’altra a mettersi in gioco” (così recita la trama del libro).

Questo libro, se non fosse stato per mia madre che me lo  ha comprato in uno slancio di ho-voglia-di-fare-un-regalo, non lo avrei mai comprato di mia spontanea volontà, ma grazie mamma per avermelo regalato, innanzitutto ha alleviato una delle mie settimane al lavoro lontano da casa, immersa nella noia mortale della sera senza amici e poi, l’adolescente sempre presente in me è rimasta proprio contenta di averlo letto, ma anche la semi-adulta, perché è inutile dire che vogliamo tutti fare i fighi e gli intellettuali e poi… Il libro di Jojo Moyes è un libro “leggero” e scorrevole, la storia è ben strutturata, rallentata in alcuni punti, in particolare, quando l’autrice lascia spazio ad alcuni personaggi secondari, che in ogni caso, sono dei personaggi chiave per i protagonisti, grazie ai quali o a causa dei quali la loro volontà di azione si muove. I personaggi sono lineari e coerenti fino alla fine e questo fa in modo di non renderlo scontato, come ci si aspetta da un libro d’amore qualsiasi (vd. Nicholas Sparks per citarne uno a caso, proprio –> leggi le mie considerazioni in merito https://wordpress.com/post/lucykhushi.wordpress.com/2233https://wordpress.com/post/lucykhushi.wordpress.com/640).

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Il film è stato ancora di più una sorpresa, l’ho visto in inglese sottotitolato e forse non sono stata così attenta per capirlo fino in fondo, quindi alla fine mi ha lasciato lo stesso amaro in bocca e la piccola delusione che in qualche modo mi aveva dato il libro. Infatti, quando ho finito il libro e il film ho pensato subito “no, non mi è piaciuto”, forse perché ci lamentiamo sempre che i film e i libri d’amore non rispecchiano mai la realtà dei fatti e che “quello succede solo nei film” e, invece, quando non succede proprio “quello succede solo nei film”, ci rimaniamo male e ci incavoliamo come delle bestie, per aver visto l’ennesimo film del cazzo. Poi ho visto il film in italiano e mi sono resa conto che, più di un mese fa, il personaggio di Will non l’avevo capito fino in fondo, non l’avevo accettato, tanto quanto lui non accetta se stesso. Will, nel libro, non mi ha fatto impazzire, mi è sembrato sempre troppo freddo, un uomo che non ha mai provato a lasciarsi andare e che non ha nemmeno provato ad accettarsi nella sua nuova condizione. A un mese di distanza penso che Will sia un personaggio straordinario, ma ho amato entrambi i personaggi. Da un lato, la stravaganza di Lou e il suo entusiasmo per la vita e per tutto quello che la circonda, è capace di farti amare la vita un po’ di più o almeno di farti aguzzare un po’ di più lo sguardo su quello che ti capita intorno, nonostante sembra sia tutto così stretto e limitato nella cittadina inglese in cui vive Clark (cognome di Lou, nda) così come a casa tua; e dall’altro Will, che ha un carisma incredibile, è un uomo reso fragile da un incidente eppure così forte, sicuro e incredibilmente virile anche nella sua situazione (almeno per me lo è stato). 

Emilia Clarke e Sam Caflin (i due protagonisti del film) hanno reso benissimo i due personaggi. Emilia è di una bellezza disarmante e non poteva che essere lei Lou, e non qualcun altro; la sua espressività rappresentava perfettamente le caratteristiche del personaggio inventato da Jojo Moyes. E Sam, bello, biondo e dall’accento inglese (quindi in ogni caso una promessa) è stato inaspettato ed emozionante, è riuscito a dare a Will quel sentimento che nel libro, forse per colpa mia,  non ero riuscita a percepire. Le sue parti migliori sono state, senza dubbio, i suoi sguardi: nel posto giusto, al momento giusto e nel modo giusto; e le parti dalla seconda metà del film in poi, quelle che “quando cominci a piangere, sai già che finirai tutte le tue lacrime nel giro dei 50 minuti mancanti”, ma che ve le dico a fà. 

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La colonna sonora ha contribuito a rendere tutto meravigliosamente appassionante e commovente, perché anche in questo caso: la musica giusta al momento giusto e con le parole giuste.

Questa è la storia di un incontro, di legame, di un amore che nasce e cambia la percezione della vita dei protagonisti, e lo so, che non è una delle recensioni solite, ma stasera questo film mi ha folgorato e forse metterete e metterò in dubbio la mia capacità critica e il mio buon gusto in fatto di libri e di film, ma chissene, perché bisogna smetterla di trattenersi e fare gli indifferenti di fronte a un po’ di leggerezza, a un po’ di amore e a un po’ di immaginazione e, soprattutto, bisogna smetterla e io devo smetterla di reprimere queste maledettissime emozioni.

 

 

 

Le Repliche (aka “sapete cosa c’è d’estate alla tv?)

Sono entrata in un tunnel brutto, bruttissimo. Io l’ho detto che l’estate è un brutto periodo per fare delle cose. L’estate è una stagione nostalgica,  tornano i ricordi e ti viene un’incredibile voglia di  rivedere tutte le persone che non vedi da una vita. L’estate è un tempo straordinario, nel senso che è fuori dal tempo ordinario, è un tempo presente, un tempo passato e nostalgico e un tempo futuro e imminente, fatto di scelte che tu non hai la lucidità necessaria di prendere. Proprio per questo l’estate è una grande stagione per vedere la televisione, perché molto spesso ti capita di annoiarti e fare zapping tra i canali del digitale terrestre e sapete cosa c’è alla d’estate alla tv? Le repliche! Repliche ovunque! Ed è così che resti fregata malamente, perché nel corso dell’anno, la tele non hai mai tempo di guardarla e non incappi nei tunnel-senza-uscita proposti da tutti i programmi più inutili della storia, come “Non ditelo alla sposa”, “4 matrimoni”, “Hell’s Kitchen”, “Fratelli in affari” e potrei continuare all’infinito. Ma è ovvio che la forza di volontà è sempre molto precaria e di tunnel ne hai già cambiati parecchio, ma tutti arredati con gusto!

Ed è successo l’inevitabile. Ho visto Masterchef Italia e mi sono innamorata. Ero riuscita a starci ben lontana, nonostante abbia in casa mia madre pienamente addicted e una serie di persone che “no, stasera non posso perché c’è Mastechef”. E invece è successo, è successo come mi capita di solito di finire dentro ai tunnel: per amore. Perché ti appasioni alle cose? Perché ti piacciono, perché le ami, anche se questa storia di innamorarsi con una tale velocità dovrebbe finirla. E la barba di Cracco “lo strunz” fa proprio un certo effetto, gli occhialetti e l’accento bolognese di Barbieri hanno del fascino su di me, Joe, mmmh non ho opinioni in merito al momento se non “che cazzo ci faccia lì, non l’ho ancora capito”, ma i concorrenti sono l’amore infinito, perché ti fanno ridere, emozionare, incazzare a bestia, e ai pressure test ti proprio venire l’ansia, poi quando individui la cerchia dei tuoi preferiti, arriva la fase “piena addicition”. Infatti mi sono innamorata di un concorrente, fattibile no? As usual, d’altronde.

Suite Francese, Irène Nemirovsky

Erano soli – credevano di essere soli – nella grande casa addormentata. Non una confessione, non un bacio, il silenzio… poi conversazioni febbrili e appassionate in cui parlavano dei rispettivi paesi, delle loro famiglie, di musica, di libri… La strana felicità che provavano… quell’urgenza di svelare il proprio cuore all’altro…. un’urgenza da amante che è già un dono, il primo, il dono dell’anima che precede quello del corpo. << Guardami, conoscimi. Sono così. Ecco come sono vissuta, ecco quello che mi paiceva. E tu? E tu, mio amato? >>. Ma fino a quel momento nessuna parola d’amore. A che pro? Sono inutili, le parole, quando la voce si altera, quando le bocche tremano, quando scendono quei lunghi silenzi…

Irène Némirovsky, Suite Francese

New Thing, Wu Ming 1

Noi eravamo la “nuova cosa”, tuttavia non eravamo il futuro ma la volontà di non perdere il presente. In quel tempo presente proseguito a oltranza, notte dietro notte per una manciata d’anni, c’era quel vuoto in cui consisteva la nostra avanguardia. Nel corto raggio di ogni nostra azione c’era la comunità, non l’anticipo di essa, non la promessa di una comunità, bensì la comunità piena, l’intera applicazione del termine. Noi siamo stati la comunità, non litigiosa ma divergente, contagiosa e militante, concentrata eppure sparsa. Non l’abbiamo mancata, la comunità. L’abbiamo vissuta e bruciata, ora la cenere è fredda, di noi non resta che la caricatura, l’immagine del partito del rumore. Noi abbiamo trascinato la storia come Orfeo fece con Euridice, sua sposa prigioniera della morte, precedendola verso l’uscita dagli inferi. Perché Euridice è il nome di chi cerca e trova dike, la giustizia. La giustizia non va seguita, va preceduta. E’ l’unico modo per uscire con essa dall’inferno.

Wu Ming 1, New Thing

“Tutta colpa di Freud” (aka “ma quanto ci piacciono i casi umani?”)

Ho appena visto “Tutta colpa di Freud”, tolto il fatto che sono andata completamente in fissa per Marco Giallini, che trovo un enorme e grandissimo pezzo di gnocco, anche se potrebbe essere verosimilmente mio padre, e va beh, in seguito ai fatti che accadono sempre a queste ore improbabili della notte, mi sono venute alcune riflessioni da fare, e sapete che vi dico? Che mi sa che faccio una recensione mista a una riflessione e che forse questo articolo non riuscirò a finirlo, perché è l’una e dieci di notte, per cui molto probabilmente lo finirò domani, ma è importante che abbiate bene in testa che questa recensione mista a riflessione è già tutta nel mio cervello adesso che è l’una e dieci di notte del 15/8/2016.

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Il film è carino, carino, carino, e non sono una di quelle che dice “carino” per non dire “fa un po’ meno di schifo!”, se dico “carino” è perché penso che sia davvero carino, che potrebbe anche essere sostituito da “tenero” (e parliamoci chiaro, a chi non piacciono le cose tenere?). Comunque, ho già detto di avere una fissa per Marco Giallini, questo perché due settimane fa ho visto “Perfetti sconosciuti” e ho avuto delle visioni su Marco Giallini e, si sa, quando mi parte la fissa, insomma, il passo a conoscere la data di nascita, il peso, l’altezza, il nome dei suoi figli e la sua filmografia completa è sempre troppo breve. Per cui, stasera è toccato a “Tutta colpa di Freud”, film diretto da Paolo Genovese (che è lo stesso di “Perfetti Sconosciuti”, quindi questo mi fa intuire che forse andrò in fissa anche per lui), racconta le vicende dello psicanalista Francesco (Marco Giallini, ndr) alle prese con le sue tre figlie Marta (Vittoria Puccini), Emma (Laura Adriani) e Sara (Anna Foglietta), la prima con la sindrome dell’amore platonico (chissà come mai, mi sono sentita particolarmente presa in causa), la seconda 18enne impegnata con un 50enne e la terza lesbica con crisi di identità sessuale. L’amore, le sue caratteristiche e le sue problematiche sono il fil rouge di tutto il film che Genovese gestisce con una leggerezza non scontata, riuscendo anche a portare sulla scena temi più delicati come l’amore paterno, la crisi coniugale e la disabilità, senza spogliarli del loro significato e senza ridicolizzarli, rendendo questo film una commedia piacevole, fruibile e non volgare. Marco Giallini si presta particolarmente a questo tipo di ruoli, ironico al punto giusto e capace di “sottendere di dolorosa verità anche il più leggero dei dialoghi che lo vedono protagonista” (cit. da http://www.mymovies.it/film/2014/tuttacolpadifreud/) ed è forse questa umanità e, di conseguenza, un’incredibile credibilità a renderlo particolarmente “attraente” ai miei occhi. Il cast che gli gravita intorno non è da meno, infatti, in due ore di film compaiono: Vittoria Puccini, Anna Foglietta, Claudia Gerini, Alessandro Gassmann, Daniele Liotti, Giulia Bevilacqua ed Edoardo Leo.

La riflessione è partita quando nel film Sara, indecisa sulla sua identità sessuale, chiede al padre di parlarle di uomini e Francesco recita un monologo pungente e azzeccato, almeno per il genere femminile di sicuro.

“Io mi sento di poter dividere gli uomini in quattro categorie, che più o meno mi vanno a coprire circa il 95% dell’universo maschile.
Categoria numero 1:  gli insoddisfatti. Tutto il giorno ripetono -la mia vita fa schifo, mia moglie non mi ama, i miei figli mi detestano-. La donna che casca in questo rapporto diventa una crocerossina; non dice mai -io ti amo-, ma dice -io ti salverò-.
Categoria numero 2: Peter Pan. Hanno di bello che non hanno crisi di mezza età perché sono fermi all’adolescenza. Per loro sei un joystick, conquistarti vuol dire salire al primo livello, portarti a letto è vincere la partita. Prediligono donne giovani, esageratamente giovani.
Passerei senz’altro alla categoria 3, i vorrei-ma-non-posso. Di solito sposati con figli, ma in procinto di separarsi, in procinto di dirglielo, in procinto di andare via di casa… Sono sempre in procinto di, ma non fanno mai nulla, perché ora lei sta attraversando un momento difficile, perché il bambino è piccolo, perché il bambino non capirebbe. Poi alla festa di laurea, del bambino, forse capisci che il momento giusto non arriverà mai. E poi ci sono infine i buoni, belli  e intelligenti”
“Ah, finalmente! Qual è il loro problema?
“La mamma”
“La mamma?”
“Sì, una presenza costante e imprescindibile, fin dall’infanzia. E’ lì che cominciano a trasformare i loro piccoli uomini in piccoli mostri. -Ma quant’è bello ‘sto pisellino?  Ma com’è grosso ‘sto pisellino, ma di chi è ‘sto pisellone?-. Tutto il repertorio: quanto sei bello, quanto sei intelligente, quanto sei bravo. E allora, se per metà della tua esistenza una donna ti fa sentire Dio, perché accettare che per il resto della vita un’altra donna ti faccia sentire uno stronzo?”
“Papà, però scusa, tu hai parlato del 95%  degli uomini. E il restante 5%?”
“Sono quelli decenti. Buona caccia al tesoro amore mio”.

E a me è subito venuto in mente di aggiungere una categoria o almeno implementarne una, che più che “INSODDISFATTI” chiamerei “CASI UMANI”. E’ la categoria più angosciata della lista. I “CASI UMANI” hanno un evidente bisogno di sostegno, di qualsiasi tipo, e sono alla costante ricerca di certezze e conferme, la loro frase tipo potrebbe essere sempre una domanda, del tipo: “ho fatto bene?”, “cosa ne pensi?”. Hanno sempre una gran voglia di raccontarti delle cose, non si capisce bene se per farti rosicare, per autocompiacersi o forse perché hanno davvero bisogno di parlare. A volte si mascherano da uomini adulti, ma a quanto pare solo anagraficamente, perché sebbene, in alcuni casi, abbiano 30 anni suonati e a te non sorge alcun dubbio sul fatto che dovrebbero ormai aver capito con certezza quello che vogliono dalla vita, rimani stupefatta dal fatto che -no, non l’hanno ancora capito!- e tu pensi che dev’essere proprio una vita difficile la loro, ma forse solo per te, perché loro sembrano non preoccuparsene. Tendenzialmente hanno sempre le sembianze di un artista (e che ci devo fare, è un chiodo fisso), che fa sempre figo, per cui sono spesso degli inconcludenti. Pensando di fare cosa buona e giusta, hanno anche il coraggio di chiederti: “dove sei stata per tutto questo tempo?” e “vaccaboia-morissi-ammazzato-non-ti-avessi-mai-conosciuto-li-mortacci-tua”, ti verrebbe da rispondere, ma hai sviluppato una tecnica sublime di autocontrollo, così che li guardi e gli sorridi solo timidamente.

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Ma il problema è nostro, di noi donne intendo, perché questi esseri infimi ci attizzano e pure tanto e nonostante abbiano degli evidenti problemi, hanno una presa incredibile sulla nostra sensibilità e sulla nostra voglia di maternità soffocata. La chiamano sindrome da crocerossina (anche se non è proprio adatto), per descrivere il fatto che i soggetti ci appaiono come dei cuccioli di labrador indifesi, che ci viene una gran voglia di accudire perché, per una volta, abbiamo la presunzione di ritenerci importanti a tal punto da riuscire a salvarli dalla loro condizione, in quanto nessuno è stato capace di farlo fino a quel momento, perché è ovvio, solo adesso hanno incontrato te. Ma smettiamola di prenderci in giro, se anche ci andasse bene, quindi riuscissimo a concludere qualcosa, che vita potremmo avere? Una vita di angosce e la vita è già abbastanza grama, senza qualcuno al nostro fianco costantemente alla ricerca di una certezza che, sebbene non l’abbia ancora razionalizzato, nessuno può realmente dargli, perché neanche lui sa quello che cerca, un po’ come succede in “Guida galattica per gli autostoppisti”, quando Lunkwill e Fook cercano “LA RISPOSTA! -alla vita, all’universo e a tutto quanto”, ma la verità è che non sanno nemmeno qual è la domanda.

E mi sento di dedicargli una bella canzone, va la!

Disclaimer: i disclaimer vanno sempre fatti, probabilmente solo per giustificarsi, o probabilmente perché il linguaggio è sempre molto di arbitraria interpretazione. Così, ci tenevo a dire che è chiaro che si tratta di una tipo e si sa che le tipologie e il campione non potrebbero mai rappresentare la realtà in modo totale ed efficace, proprio perché si tratta di tipologie, quindi non faccio di tutta un’erba un fascio ed è ovvio che si tratta di una considerazione esasperata del tutto personale.

Costanza (aka l’estate è un brutto periodo)

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Mannaia boia! L’estate è un brutto periodo per cercare costanza nella propria vita. D’estate, i capelli restano legati perché sciolti fa caldo, non ci si trucca perché il trucco cola, ci si fa i peli con il dannato rasoio mandando a puttane i 25€/a botta di ceretta, l’interno coscia si irrita, le coppie si sfaldano perché bisogna divertirsi e la radio passa 25 volte all’ora il tormentone dell’estate, e quindi d’estate non si possono fare progetti, proprio le condizioni non lo permettono. Ma in realtà l’estate avrebbe un potenziale incredibile per dare vita a una serie di cose, ma si sa che quando le cose hanno potenziale, tendenzialmente, vengono abbandonate a se stesse. Per esempio, d’estate ci si innamora molto più facilmente (e non ditemi che succede solo a me, anche perché innamorarmi facilmente a me capita tutto l’anno)e ti dicono: “è l’estate fa questi effetti”, non so, forse gli effetti sono la sudazza sulla pelle, le spalle bruciate, le camicie con le maniche corte sugli uomini e le unghie dei piedi da tagliare, può esse’ tutto! Comunque pensateci, vi è mai capitato di provarci con un ragazzo d’estate? Vi incontrate grazie a un progetto (chiaramente organizzato prima dell’estate, perché d’estate non si possono fare progetti) e vi piacete, ma forse questo è un parolone, diciamo che flirtate, quindi potenzialmente potrebbe succede qualcosa, poi se siete coraggiosi a tal punto da meritare la mia ammirazione provate anche ad organizzare delle uscite, facciamo una sola uscita va e quello che capita è più o meno questo: “allora io parto fra 2 giorni, sto via una settimana, poi torno per 4 giorni, poi riparto, ma poi torno di nuovo per quasi 10 giorni e poi rivado via per due mesi e mezzo, tu?” e a fanculo quand’è che ci vai? E finisce così, non ci si prova neanche, e via, potenziale andato. D’estate le donne hanno degli imbarazzanti modi di mangiare il gelato e d’estate ci sono delle cose che fanno tendenza e non si capisce il motivo, per esempio quest’estate ho visto decisamente troppi ragazzi con cappellino alla pescatora, che no, non fa figo (anche se…)!

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D’estate i programmi alla tv finiscono e le serie televisive anche. Per cui sono troppi i motivi per i quali d’estate non si può cercare la costanza nella propria vita, già non è facile capire cosa si vuole durante l’anno, d’estate si è più fugaci del solito, di nuovo, a me quest’estate è successo che mi sono stati regalati due libri per il compleanno, ne ho comprati altri 5, ma adesso ne sto leggendo un altro ancora. E’ per questo genere di cose che d’estate non si possono fare progetti. Quindi non si può proprio essere costanti, ed è per questo che la mia costanza sul blog è molto scostante, quindi non ve la prendete, d’estate ci sono troppi input, l’ho detto che potenzialmente potrei scrivere un post al giorno, ma d’estate queste cose non si possono fare, perché l’estate è un brutto periodo per cercare la costanza nella propria vita.

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Gaia C. 

Instagram: @gaiakhushi 

Ricatti (aka Termini e condizioni)

L’altro giorno mi hanno fatto uno pseudo ricatto che diceva così “se mercoledì sera leggo ancora quel titolo, giuro che non leggo più il blog!”. Date le condizioni di arbitraria interpretazione dello pseudo ricatto, potrei fare qualsiasi cosa: scrivere un titolo e lasciare la pagina in bianco, pubblicare il video di una canzone, postare una foto, scrivere una citazione del libro che sto leggendo (non fosse che mi sono appena resa conto che non ha citazioni memorabili da riportare da qualche parte, ma sono sicura che la fine mi sorprenderà). Ci ho pensato sul serio, rispondere con lo stesso metodo, cominciare una sfida, ma voglio dire alla persona che mi ha scritto quel messaggio, che giuro che ci ho provato a scrivere qualcosa, ci ho pensato sul serio e sono andata anche un po’ in crisi, ma la stanchezza prevale e mi sa che più di 169 parole non riesco a scriverle. Però ho assolto a quanto richiesto nel ricatto, quindi mi spetta quanto concordato, ma tu fai quello che senti.