IT – Stephen King (aka Recensione a modo mio)

Ieri ho finito IT di Stephen King, ci ho messo 56 giorni. Sono stati 56 giorni pieni della mia vita. Ho fatto tante altre cose mentre lo leggevo. Sono andata in vacanza, ho dato due esami e letto sei libri per farli, ho finito un percorso di un anno e ho progetto il mio venticinquesimo anno di età. Ho conosciuto una nuova persona e ne ho incontrata almeno due volte un’altra. Ho iniziato un nuovo percorso e mi sono posta grandi obiettivi. Insomma IT ha accompagnato un momento intenso della mia vita, come d’altronde lo sono tutti i momenti. 
Non so perché ho voluto leggere questo libro a tutti i costi, ho solo dato adito alla mia fissa del periodo molto probabilmente. Ho sempre sentito parlare di IT, ma d’altronde chi non ne ha mai sentito parlare? E a pochi mesi dall’uscita del film, 27 anni dopo (e chi ha letto il libro sa) la miniserie degli anni ’90, dovevo per forza leggere questo libro. Dopo l’ultimo tomo della sapienza letto, quando ho visto 1315 pagine, mi sono spaventata, ho pensato che probabilmente lo avrei abbandonato o lo avrei trascinato per millemila mesi, guardandolo in modo angosciato ogni volta che lo avrei visto lì abbandonato a se stesso, pensando che non ero una lettrice degna di tale appellativo.
E invece… sono un po’ vedova adesso. Quando finisci un libro sei sempre un po’ vedovo o orfano (ma le metafore che implicano la fine o il mai inizio di una relazione amorosa mi piacciono di più). Forse solo se il libro non è ti piaciuto, questa sensazione di vedovanza viene meno, o forse è la condizione di vedovanza di certe nobildonne di qualche anno fa che non vedevano l’ora di seppellire il proprio marito, per appropriarsi della sua eredità. Quindi la vedovanza, in un senso o nell’altro, la si ha sempre quando si finiscono dei libri.
Non sapevo cosa aspettarmi da questo libro, o forse mi aspettavo solo un libro dell’orrore, tanto che le prime pagine le ho lette con un sentimento di paura insensato, trovandomi mia madre che mi chiedeva se stavo bene e se riuscivo a dormire la notte.
Invece…. ho trovato un libro incredibile. Un libro che ha dell’orrore, ma anche tanto di più. E adesso devo elaborare un po’ queste 1315 pagine, i suoi personaggi, Bill, Ben, Bev, Stan, Richie ed Eddie (quanto amore per Eddie), le loro storie e i loro messaggi, le loro richieste di aiuto e quello che Stephen ha voluto dirmi attraverso questo libro. Non ho condiviso tutto di questo libro, non ho capito tutto e non ricordo tutto. Non posso dire che è un libro perfetto, posso dire che è stato perfetto per questo momento, per quello che stavo vivendo e chissà che queste fisse compulsive che mi prendono a settimane alterne non siano il modo in cui qualcuno mi dice: “Gaia è il momento di imparare qualcosa di nuovo”.
Allora adesso sfoglio le pagine, cercando di ricordarmi le frasi che mi hanno colpito, sapendo che non tutte le ritroverò, ma sono una di quelle lettrici che non si ricordano tutti i dettagli e tutti i personaggi e tutte le virgole che ci sono nel libro, sono come i protagonisti di questo libro che non ricordano, che hanno bisogno di fare memoria di quello che è successo, che vanno avanti con le loro vite, nonostante quello che hanno vissuto, so che mi basterà incrociare il libro ogni tanto fra gli altri nella libreria e ricorderò.
E a chi leggerà questa pseudo recensione chiedo scusa perché non sono capace di fare recensioni strutturate e come si deve, ma se a qualcuno di voi verrà voglia di leggere questo libro, ne sarei felice, perché penso che sia un libro da avere nella propria vita.
“Così parti e senti questo bisogno di girarti a guardare una volta ancora il tramonto che muore, una volta ancora quel severo profilo del New England, le guglie, la Cisterna, Paul con l’ascia in spalla. Ma forse non è una buona idea girarsi a guardare, è così in tutte le storie. Guarda cos’è successo alla moglie di Lor. Meglio non guardare. Meglio credere che per tutti ci sia un lieto fine… e così sia. Chi può sostenere il contrario? Non tutte le barche che salpano nelle tenebre non ritrovano più il sole o la mano di un altro bambino; se la vita insegna qualcosa, ti mostrerà allora che le storie a lieto fine sono così numerose che è lecito dubitare della razionalità di chi non crede nell’esistenza di Dio. Parti e parti in fretta quando il sole comincia a scomparire, pensa in questo sogno. Ecco che cosa fai. E se ti dai tempo per un’ultima riflessione, forse è per dedicarla a dei fantasmi… i fantasmi di alcuni bambini fermi nell’acqua al tramonto, in circolo, a tenersi per mano, giovani, senza incertezze, ma soprattutto risoluti… abbastanza risoluti da dare origine alle persone che saranno, abbastanza risoluti da capire, forse che dalle persone che diventeranno dovranno necessariamente nascere le persone che sono state in precedenza, prima di potersi rimettere a cercare di comprendere il semplice fatto della mortalità. Il cerchio si chiude, la ruota gira e altro non c’è. Non c’è bisogno di girarsi a guardare indietro per vedere quei bambini; parte della mente ti vedrà per sempre, vivrà sempre con loro, ti amerà sempre. Non sono necessariamente la miglior parte di noi, ma sono stati un tempo depositari di tutto ciò che saremmo potuti essere. Allora vai senza perdere altro tempo, vai veloce mentre l’ultima luce si spegne, vattene da Derry, allontanati dal ricordo… ma non dal desiderio. Quello resta, tutto ciò che eravamo e tutto ciò che credevamo da bambini, tutto quello che brillava nei nostri occhi quando eravamo sperduti e il vento soffiava nella notte. Parti e cerca di continuare a sorridere. Trovati un po’ di rock and roll alla radio e vai verso tutta la vita che c’è con tutto il coraggio che riesci a trovare e tutta la fiducia che riesci ad alimentare. Sii valoroso, sii coraggioso, resisti. Tutto il resto è buio.” (IT – Stephen King) 
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Coraggio (aka sono una di quelle che…) 

Sono una di quelle che amano le fiction italiane, sì, quelle che danno sulla RAI.  Ecco, l’ho detto, ma forse non è che fosse un grande mistero per nessuno. Giuro che Don Matteo non l’ho mai visto! Però, insomma, quest’anno ci ho dato dentro… con le fiction intendo, perché per il resto non c’è speranza. Non dirlo al mio capo, L’allieva, Rocco Schiavone, La porta rossa… è stato un anno intenso in questo senso! Questa cosa delle fiction mi fa sentire vecchia, ma solo a tratti, solo quando, per esempio, converso fluentemente con mia nonna di quanto successo nella varie puntate e di quanto mi piaccia Chiara Francini che invece lei non sopporta!

Sono una di quelle a cui piacciono le storie d’amore, ma va? Sono ancora scossa dal fatto che Belen Rodriguez e Stefano De Martino abbiano divorziato e seguo assiduamente le instastories di Fedez e Chiara Ferragni, attendendo con ansia il giorno in cui si sposeranno. Ma forse dovrei smetterla, perché di storie d’amore ne ho viste e lette un po’ troppe e questa è definitivamente la causa più grande dei miei problemi nel settore, quindi ho preso la decisione importante che di storie d’amore simili a spargimenti di sangue (quindi solo quelle che capitano a me a quanto pare) ne avevo abbastanza e per questo motivo ho deciso di darmi alle letture leggere, tipo “Le Ragazze” di Emma Cline e “It” di Stephen King, per vedere dello spargimento di sangue vero, con il risultato che, di notte, sono tornata a fare la corsetta veloce verso il bagno, perché Pennywise potrebbe essere dietro l’angolo, sì, in una casa di 50 mq.

Sono una di quelle che vanno in fissa per le cose, per qualsiasi cosa: una canzone, un film, un libro, un vestito, un paio di scarpe, una borsa, una materia all’università, uno smalto sulle unghie, un’acconciatura, una collana, degli orecchini, ma piú di tutto per gli attori. Ho un debole per gli attori, ma d’altronde chi non ce l’ha? Quando poi sono anche fighi, sempre tenendo conto della mia concezione di figo, come si fa a non andare in fissa? Spiegatemi, vi prego. Nella mia vita ho avuto molte fisse e le pareti della mia camera lo sanno bene, ho staccato solo l’altro giorno il poster di Marco Mengoni, ma solo perché dopo 7 anni il pattafix non attaccava piú ed ero troppo pigra per metterne di nuovo, cosí mentre si staccava dal muro ho anche pensato che ero sufficientemente grande da poter rinunciare al poster autografato di Marco Mengoni, infilandolo nell’armadio insieme al resto di tutti i poster che hanno occupato una parte del  mio muro e del mio cuore nel corso di questi anni. Ma la gigantografia di Heathcliff, regalo dei miei 19 anni, non la leverò mai!

Sono una di quelle che guardano video su youtube, per esempio quelli su “sette modi per fare una coda”, “come fare la mozzarella in casa”, o i wrap up dei libri letti ad agosto e il try on haul di qualcuno che compra solo vestiti, tanti. Infatti, quest’anno, per esempio, credo di aver speso tutti i miei soldi in vestiti e scarpe, perché a forza di vedere video haul su YouTube,  mi sono sentita un po’ fashion blogger anche io, pensando di avere gli stessi soldi di Chiara Ferragni, cosí ho sperperato il mio modico stipendio inesistente in quello che il piccolo George  (uno degli eredi al trono d’Inghilterra, nda) definirebbe “vestipoveri”, perché quello ci si puó permettere, ma neanche troppo.

Sono una di quelle che analizza… le situazioni, le persone e i contesti. Tutta questa analisi è dovuta all’ambito universitario in cui mi sto specializzando: la sociologia. Sì, ho una fissa anche per questa. Quindi tendo sempre a mettere in pratica le categorie analitiche che studio. Adesso sto studiando processi di regolazione e reti criminali, insomma, cose sulla mafia, per questo ogni persona che vedo in giro potrebbe essere potenzialmente un affiliato di un organizzazione criminale o un imprenditore colluso, quindi mi sento di guardarlo un po’ male per fargli capire che disapprovo. L’osservazione partecipante sta plasmando la mia esistenza e le mie relazioni, mia madre è un ottimo soggetto di studio, per esempio. La scuola di Chicago e Park hanno fatto nascere dentro di me una particolare attenzione e predisposizione per i soggetti marginali, quelli che non hanno whatsapp, facebook e instagram, oppure non li usano per niente, sì, loro hanno un potere di attrazione incredibile sulla mia persona.

Sono una di quelle che cambia sfondo sul cellulare ogni sei mesi circa, e ci mette le fisse del periodo. Per esempio adesso ci sono Lino Guanciale in blocco schermo e Tommaso Paradiso in schermata home. Chi saranno i prossimi?

Sono una di quelle che ascolta musica di qualsiasi tipo e ha un debole per i musicisti, di qualsiasi tipo, anche il kazoo va bene! La musica che ascolto in genere rispecchia lo stato d’animo della giornata. Si puó passare dai Dream Theatre ad Alessandra Amoroso anche a due ore distanza. Mi piacciono i One Direction, ma non le loro canzoni da singoli, mi piacciono i blue e se dovessi mai sentire alla radio “u make me wanna” credo che mi metterei a urlare e cantare a squarciagola come un’adolescente felice!

Sono una di quelle che scrive un sacco di cose per un sacco di persone, ma nessuno ha ancora riconosciuto quanto mi spetta, un libro di grammatica per imparare a usare le virgole, per esempio. Proprio in questi giorni devo scrivere un articolo su “Scommettiamo sui giovani” e… checazzoscrivoadesso?

Sono una di quelle che è esperta di tendenze, potrei farci un lavoro, ma non sono abbastanza figa per diventare influencer, cioè in realtà io sono figa, ma non secondo i canoni di bellezza di questa epoca grama di globalizzazione e capitalismo. Ma comunque io figa me ce sento e vabbè questo era un po’ offtopic. Comunque so cosa vuol dire shippare qualcuno è a volte uso termini come fangirlare, infatti con gli adolescenti io  mi ci trovo perché comunque sono piú avanti, sono sul pezzo, e io amo chi è sul pezzo! Ah, vorrei tanto una maglia della Supreme, cosí tanto che l’altra sera ho chiesto a due 14enni quanto avevano pagato la loro felpa, constatando che per il momento  non avrei potuto permettermela.

Sono una di quelle che sono tante cose (ho scritto solo quelle più vicine allo sputtanamento), ma che più di tutto dovrebbe avere piú coraggio, ecco!

                                      

La faccenda è complicata (aka breve analisi triste)

La faccenda è complicata.

E giustamente arrovellarcisi il cervello sopra, mi sembra comunque una scelta furba, anche se non so in che metro di giudizio.

Mi chiedo cosa capiti nel mio cervello date certi tipi di situazione e allo stesso tempo mi chiedo cosa capiti in quello degli altri e nel suo. L’altro giorno ho chiesto ai bambini che super potere volessero avere e io continuo indubbiamente a sperare di svegliarmi un giorno con le stesse capacità di Jean Grey (X-Men, nda), cosí per entrare nei cervelletti degli uomini ed estrapolare nuove verità. Ma questo non succederà e alla fine ne sono felice, perché non voglio mica diventare più matta di cosí sull’argomento.

Comunque mi chiedo perché non sia successo assolutamente nulla, come mi aspettavo d’altronde, e allo stesso tempo, mi chiedo perché mi aspettavo che non succedesse nulla. Quindi molte risposte e poche domande, no?

Comunque credo che due criteri di analisi possano essere utili a comprendere meglio la situazione. 

Il primo constata il semplice fatto di averne trovato uno tanto in linea con la media dei soggetti maschili incontrati sul mio cammino fino ad ora (considerando solo coloro con i quali ho tentato il misfatto, non generalizzerò, dai!), quindi non proprio uno stinco di eticità e santità. 

Il secondo afferma che ne ho trovato uno tanto sfigato quanto la sottoscritta (sempre in tema amoroso, che non si pensi che io mi ritenga della categoria sfigate nella vita). 

Data la condizione che è impossibile, anzi quasi-impossibile (perché comunque ci sono io) che il soggetto sia del secondo tipo, una breve ma intensissima analisi, porta inevitabilmente a sostenere di trovarsi più ragionevolmente e facilmente di fronte a un soggetto del primo tipo. Anche perché se fosse del secondo, proprio come me, la situazione non potrebbe mai evolversi, nel senso come se ne esce? Quindi nell’autoconvincimento, vedo via di uscita più facile nel primo tipo, cosicché la mia mente possa giustificare l’ennessima battaglia persa sul campo insaguinato dell’amore reciproco, anche se sarebbe molto più bello fosse del secondo tipo. Due sfigati insieme, che in un modo o nell’altro escono dalla loro sfigaggine! Che cosa incredibilmente romantica, ma sticazzi tanto questa non è la mia storia! 

E ormai è sempre più un dato di fatto che per me l’amore ha più le sembianze di un film splatter che di uno di Nicholas Sparks, perché ogni volta ci lascio sangue corpo e anima, e questa adolescenza prolungata non beneficia sul mio plesso solare in continua ricerca di stabilizzazione emotiva, in più mi fa sentire cosí sciocca.

Quindi passo metà della mia giornata a chiedermi quando capirò il modo in cui decidono di andare le cose o quando smetterò di chiedermelo, o quando capirò cosa Iddio Benedetto ha pensato per me o quando qualcuno mi dirà what the fuck is wrong with me.

E se provate ancora una volta a dire niente, giuro, esco la bestia!

“Siate devianti, siate innovativi” (aka andare oltre) 

Teorema di Thomas, gran parte dei nostri problemi sta lí, in 3 parole: teorema di Thomas. E ancora mi trovo a dover validare questa teoria, eppure sembra cosí chiara: “se gli uomini definiscono come reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”. Logico, pulito, lineare. Dovrebbe essere eletto a dogma universale, se vogliamo dirla bene si tratta di rappresentazioni, esse sono il modo in cui leggiamo i fatti del mondo. Sí, le cose che ci capitano. Non vorrei finire nel relativismo estremo, perchè so bene che l’oggettività esiste, deo gratias aggiungerei, quindi dovremmo porci il sano e santo obiettivo di cercarla! Mi hanno insegnato ad essere flessibile: la scuola, il lavoro… “L’incantesimo del lago”, noto cartone animato diceva “non è quello che sembra, non è quello che sembra” e la flessibilità sta lí, sta qui. Non è quello che sembra è il nostro modo di interpretare le cose, vuol dire semplicemente “non è cosí semplice”, non è tutto lí quello che si vede, non è tutto oro quello che luccica e potrei andare avanti con le frasi fatte un bel po’ e io ringrazio che la sociologia, piú di tutto, mi ha insegnato questo: avere lo sguardo aperto sul mondo! Insomma! Vai oltre, andiamo oltre, per il bene di noi stessi e per quello dell’umanità. 

Essere flessibili, sí, a volte (la maggior parte) significa un bel cetriolo nel di dietro! Ma significa anche cercare l’inatteso! Cercare quello che il mondo vuole dirci e come ce lo vuole dire, senza imporre nessun rigido schematismo! 

Allora perché dobbiamo farne una questione di principio sempre? 

Ma che cazzo è questo principio a cui si inneggia continuamente? La verità, miei cari, è che non lo sapete neanche voi che cazzo è! Lo seguite perché forse qualcuno ha detto che si fa cosí, o perché tutti lo fanno, ma vi consiglio vivamente di fare un po’ gli outsider, siate devianti, siate innovativi (e Steve Jobs me fa un baffo). Adattatevi! Smussate gli angoli, perché le persone che “sopravvivono” nella vita, non sono quelle rigide, perché se fossero cosí, si frantumerebbero al primo urto! Sono quelle elastiche, morbide, flessibili, perché hanno voglia di rialzarsi! Pensateci, qual è l’istinto piú forte che abbiamo in quanto uomini? L’istinto di sopravvivenza ed è per questo che parlare di morte è un tabú, è per questo che la violenza, il dolore ci fanno rabbrividire. Perché desideriamo la vita piú di ogni altra cosa. È l’istinto di sopravvivenza è questo: spirito di adattamento, resistenza, resilienza! E per vivere, mi hanno scritto, “per volare alto (nella vita, aggiungo io) servono 4 cose: coraggio, tenacia, tecnica ed elasticità! Non è semplice! E non è da tutti!”. Logico, pulito, lineare. E non potevano esserci parole migliori per dirlo. 

“Questione di tempo” (aka voglio augurarmi che…)

Sono due giorni che provo a scrivere qualcosa, perché penso che sia l’unico modo che ho per liberarmi dei pesi che mi porto dietro, sempre con troppa insistenza, come se volessi dimostrare a qualcuno che ce la posso fare, che sono brava a resistere, ma con l’unico risultato di imprigionare solo me stessa. E stasera ho visto un film, è un mese che lo voglio guardare e che ogni tanto lo carico in streaming, ma poi non lo guardo mai, forse perché non era mai stato (fino a stasera) il momento giusto per guardarlo. Perché le cose arrivano sempre quando è il loro momento, e io ho bisogno che ogni volta qualcuno me lo ripeta. A volte è un libro, a volte è una persona che conosco da una vita, a volte è uno sconosciuto, a volte (come in questo caso) è un film a dovermelo dire e “quando meno te lo aspetti” è la frase che ufficialmente odio di piú nella vita.

“Questione di tempo”… è già tutto nel titolo. E questo, sí, sarà un post al diabete probabilmente. Avrei voluto scrivere in questi giorni, un post arrabbiato, sarcastico, triste… ma non ci sono riuscita.

È stato un film profetico… sí d’accordo, dico spesso che le cose sono profetiche, l’ho detto anche per il cappellino da babbo natale ritrovato prima del concerto la scorsa settimana, forse “profetico” potrebbe anche essere usato come sinonimo di “giustificato”, quindi il fatto che avessi trovato il cappellino da babbo natale poco prima del concerto ha giustificato il fatto che lo dovessi indossare a tutti i costi, contro la mia volontà, ma torniamo alle cose serie. Il film è stato profetico perché a due giorni dal termine del natale, ha giustificato il fatto che io abbia passato due giorni a piangere, forse perché le feste erano decisamente passate troppo in fretta e la mia euforia mi aveva abbandonato addirittura prima di cominciare qualsiasi cosa, forse per giustificare il fatto che, mannaggialaputtana, vivo la vita a cuore pieno, nel senso che ogni volta rischio un tracollo cardiaco per le aspettative che dico di non essermi fatta sulle cose, le situazioni, le persone.

Tutte le volte ci casco… come quando partorisci un bambino, non che io sia pratica e nemmeno del tutto convinta che sia la metafora piú adatta, ma dicono tutti che, incredibilmente, la volta dopo non ti ricordi del dolore che hai provato quella prima. In realtà io me lo ricordo bene il dolore, e questo rende fallimentare la metafora del parto, ma l’unica cosa che conta è che alla fine ci casco sempre, non si sa bene per quale congettura astrale e intanto, mi sto già perdendo.

Volevo solo dire che le cose succedono, che le persone entrano continuamente nella nostra vita, per una sera soltanto, per molto tempo o per sempre, ma questo non le rende meno importanti, perché hanno sempre qualcosa da dirci, sí, a volte sono cose molto stupide, ma tutte le altre magari no. E la vita va vissuta cosí, come viene, senza le angosce del futuro e senza la nostalgia dei ricordi. Hic et nunc, qui e ora. Quindi, è vero che ci sono giorni in cui ti senti un po’ piú vivo degli altri, perché hai fatto un bel sogno, perché è andato bene un esame, perché qualcuno ti ha detto che ti vuole bene, perché hai mangiato un bel piatto di pasta o perché qualcuno ti ha guardato e ti ha fatto sentire bella. E poi ci sono quei giorni , in cui tutto questo non succede, ma tu sei vivo lo stesso. Certo, se la vita fosse sempre scintillante sarebbe meglio, certo, vorresti che quelle sensazioni fossero sempre presenti, ma non lo sono e questa nostalgia canaglia contribuisce solo a non farti godere delle piccole e belle cose che ti circondano. È vero, non ha senso, non tutto ce l’ha, o almeno, adesso no, ma il fatto di pentirsi sempre di aver provato anche solo per qualche ora un po’ di quelle sensazioni, ce l’ha ancora meno e tutto diventa così pesante, quando invece era nato con l’intento contrario.

Per cui, a me che sembra tutto così difficile, voglio augurare questo “… vivere ogni giorno, come se avessi deciso di tornare a quel preciso giorno, per godermelo come se fosse l’ultimo della mia straordinaria, normalissima vita!” (Questione di Tempo). Non sarà facile, basti pensare al fatto che ho scritto questo post ieri notte e questa mattina mi sono svegliata lo stesso con un macigno sul cuore, ma repetita iuvant e io ce la posso fare.

“E così mi ha svelato la sua ricetta segreta, della felicità. La prima parte del programma era continuare a fare la mia solita vita, vivendo giorno per giorno, come fanno tutti… Ma poi c’è la seconda parte del programma di papà. Mi ha detto di vivere due volte lo stesso giorno senza cambiare quasi niente. La prima volta con tutte le tensioni e ansie che ci impediscono di vedere quanto sia bello il mondo e la seconda volta VEDENDOLO”

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Ricordi di Natale (aka Natale è…)

 

Natale è…

quella volta in cui a tua madre viene in mente di estrarre il nome di un parente a cui avresti dovuto fare il regalo, così ognuno si sarebbe impegnato a trovare un regalo per una sola persona e non per tutti quanti, ma a te che hai 10 anni capita tuo zio di 40.

Natale è…

quest’anno l’albero lo faccio io, tanto poi lo smonta mamma.

Natale è…

tutti quegli anni passati ad appostarsi con i cugini davanti alla porta per vedere Babbo Natale, ma alla fine i cartoni animati vincevano sempre e Babbo Natale non sei mai riuscito a vederlo.

Natale è…

quella volta in cui ti hanno riempito di regali perché sei stato un bravo bambino, ma poi la Befana ti ha portato il carbone perché sei stato cattivo e tu ti chiedevi che cosa potevi aver combinato in due settimane.

Natale è…

quando tutti sanno che Babbo Natale passa dal camino per portare i regali, ma tu a casa il camino non ce l’hai.

Natale è

Tua mamma che ogni mattina rimette in piedi le pecorelle del presepe che avevi messo a dormire la sera prima.

Natale è…

la sciarpa, il maglione, il marsupio, il cappellino, le babucce, i calzini più brutti della storia e tu che ormai hai affinato le tue tecniche di recitazione e riesci comunque ad accennare un sorriso di sorpresa quando apri il regalo della zia.

Natale è…

quando ripeti tutti gli anni, che il prossimo cambierai il menù, ma intanto parli di cosa mangerai il giorno dopo.

Natale è…

Il mio.

Natale è…

Beh, mica lo posso dire io. Dimmelo tu.

 

“Caro Signore” – Monologo tratto da “E Johnny prese il fucile”

johnny_ivrea-01-e1441452929208Caro Signore, io ci tengo alla mia vita e se la mettessi in palio per la libertà prima voglio sapere di che libertà state parlando ed esattamente quanta di quella libertà ne potrò poi godere io. Forse troppa libertà sarebbe altrettanto nociva che poca libertà, e allora caro Signore io ho già deciso che mi va bene la libertà che ho qui adesso, ora. Caro Signore la ringranzio, ci spieghi bene, Signore, di che dignità ci parla. Ci dica come mai un degno uomo morto si debba sentire meglio di un indegno uomo vivo. Io prego tutti coloro che vogliono combattere per salvare il nostro onore di farci capire che cosa diavolo sia l’onore, stiamo forse combattendo perché l’onore americano sia salvo in tutto il mondo? Forse gli abitanti delle isole dei mari del sud preferiscono il proprio onore. Cristo, fateci combattere per cose che possiamo vedere e sentire e toccare e capire, basta con le parole come patria. A cosa diavolo ti serve la tua madre patria quando sei morto? Esistono ancora ideali per i quali vale la pena di combattere e vivere e morire, se così non fosse saremmo ripiombati nella barbarie , allora io dico, restiamo pure barbari, purché non ci sia la guerra; tenetevi pure i vostri ideali, purché io non debba pagarli con la mia vita. E quelli dicono: “E ma come i principi sono più importanti della vita”, forse saranno più importanti della TUA vita, ma non della MIA. Dei milioni che sono stati uccisi ne è mai tornato indietro uno a dire “Per Dio sono contento di essere morto, perché la morte è sempre meglio del disonore”, uno di loro ha mai detto: “Guardatemi, sono morto, ma sono morto in nome della dignità”. Uno, uno l’ha mai detto? Solo i morti sanno se vale la pena o no di morire per tutte quelle cose di cui la gente parla… E i morti non possono parlare. E quei cinque o sette milioni di uomini che si imbarcarono e morirono per salvare la democrazia nel mondo? Che cosa provarono quando il gas entrò loro nei polmoni? Quei ragazzi sarebbero morti pensando alla democrazia? Alla liberazione, alla libertà, all’onore? Ecco, hai proprio ragione tu. Non l’hanno fatto. Hanno pensato a cose che un uomo può capire, sono morti con un solo, unico pensiero in testa, e quel pensiero era “voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere, voglio vivere”. Io lo so. Io lo so. Io sono la cosa più vicina ad un morto, io so tutte le risposte che sapevano i morti, nessuno può avere qualcosa da ribattere su questo. Io parlo come loro perché sono uno di loro. Io posso dire: “Caro Signore non c’è niente per cui valga la pena di morire. Io lo so perché io sono morto. Non c’è una parola che valga la vita”. Io tradirei la democrazia per avere salva la vita. Io tradirei l’indipendenza e l’onore e la liberazione e la dignità per avere salva la vita. Io do a lei tutte queste cose e lei da a me il potere di camminare e vedere e sentire e respirare l’aria e assaporare il cibo. Io non chiedo una vita felice, non chiedo una vita decente o una vita onorevole, chiedo semplicememente la mia vita. Punto.

Monologo tratto da “E Johnny prese il fucile”

Audiodramma in teatro della Fonderia Mercury, tratto dal romanzo di Dalton Trumbo.