Ricatti (aka Termini e condizioni)

L’altro giorno mi hanno fatto uno pseudo ricatto che diceva così “se mercoledì sera leggo ancora quel titolo, giuro che non leggo più il blog!”. Date le condizioni di arbitraria interpretazione dello pseudo ricatto, potrei fare qualsiasi cosa: scrivere un titolo e lasciare la pagina in bianco, pubblicare il video di una canzone, postare una foto, scrivere una citazione del libro che sto leggendo (non fosse che mi sono appena resa conto che non ha citazioni memorabili da riportare da qualche parte, ma sono sicura che la fine mi sorprenderà). Ci ho pensato sul serio, rispondere con lo stesso metodo, cominciare una sfida, ma voglio dire alla persona che mi ha scritto quel messaggio, che giuro che ci ho provato a scrivere qualcosa, ci ho pensato sul serio e sono andata anche un po’ in crisi, ma la stanchezza prevale e mi sa che più di 169 parole non riesco a scriverle. Però ho assolto a quanto richiesto nel ricatto, quindi mi spetta quanto concordato, ma tu fai quello che senti. 

 

 

Un amore senza fine (aka la speranza è l’ultima a morire)

Dopo una giornata deprimente passata in casa, quale occasione migliore per guardare un bel film altrettanto deprimente?

Stavo su Instagram e mi è capitata una foto di Alex Pettyfer (benedica!) e da un foto su Instagram alla sua pagina su Wikipedia e a un suo film, il passo è stato molto breve. Nella filmografia salta subito all’occhio il titolo “Un amore senza fine”, non poteva che essere così, dato che l’amore è il mio topic preferito. La storia del film narra dell’amore tra Jade e David  Il film comincia con la cerimonia del diploma dei due, in cui Jade, grazie ad un’illuminazione si rende conto di non aver instaurato nessun rapporto con i suoi coetanei (tempismo perfetto, no?), dopo aver portato il lutto di suo fratello per due anni. Conosce David che, non era manco nato, ma già ne era innamorato perso. La loro storia d’amore inizia, indicativamente, al minuto 7:45 del film, proprio come succede nella realtà. Mentre si amano e fanno tutte le cose fighe che si fanno nei film, David impara a conoscere il padre di Jade, Hugh, che non accetta il fatto che sua figlia possa perdere l’innocenza e soprattutto che rinunci alla vita da cardiologa che le aveva programmato. Jade e David provano a continuare la loro storia d’amore, lottando, combattendo e soffrendo… E noi insieme a loro, yeah! Il povero umile straccione David che si innamora della ricca Jade? Ma stiamo scherzando? Chiaramente inaccettabile per il padre di lei che “ho già perso un figlio, non ho intenzione di perderne un altro” (cit.). Lei parte per il college, loro stanno lontani perché il papà brutto-cattivo gli manda un ordine restrittivo, ma la mamma bella-buona, riesce a farli incontrare e i due si amano follemente perché “il primo amore non si scorda mai”, boh non chiedetelo a me che giusto oggi ho rivisto il mio ex!

Nel complesso, film caruccio, cioè accettabile per una domenica sera sotto la copertina come gli anziani. Sostenuto indubbiamente da Alex Pettyfer che, nonostante i suoi padiglioni auricolari, se la gioca sempre bene con l’addominale, il braccio grosso e il white smile alla mentadent, ma io non volevo fare una recensione, volevo riflettere su questo mio autolesionismo, questa propensione riconosciuta a mettersi il dito nella piaga da soli, come quando da piccoli ti sbucciavi le ginocchia e ti veniva la crosta che, puntualmente dovevi togliere, dissanguandoti di nuovo e facendo crescere una nuova crosta che sarebbe poi facilmente diventata una cicatrice a causa di tutte le volte che provavi a staccarla. Alla fine, non si sa bene per quale motivo, perché se lo scoprissimo non ci sarebbe più gusto, proviamo una sorta di piacere a crogiolarci nelle situazioni. Abbiamo voglia di parlarne e riparlarne, anche se l’esito di quelle chiacchierate è più chiaro dell’acqua in fondo al gabinetto. Sfiniamo i nostri amici che ascoltano la stessa storia per diciotto volte, come se alla fine ci fosse un risvolto diverso dalla prima volta che l’abbiamo raccontata. E la raccontiamo alle amiche, la raccontiamo agli adulti sposati con figli, la raccontiamo agli sconosciuti, perché hanno un occhio più critico del nostro. E poi guardiamo questo tipo di film, questa è una delle parti che mi piace di più di tutto il processo, guardiamo questi film per accertarci ancora di più che una situazione del genere non potrebbe mai esistere nella realtà nuda e cruda delle nostre storie d’amore sfigatelle e ci piacciono anche tanto, perché ci mandano in pappa il cervello per qualche minuto o magari per un giorno intero, perché la verità è che ti fanno venire voglia di fare qualche cagata e alimentano la speranza che abbiamo lasciato in fondo al cassetto.

P.S.: Alex, ti ho inserito nella lista dei miei tipi ideali, congratulazioni!

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Pensavo (aka non è mai il momento o lo è sempre?)

sono-al-posto-giustoPensavo che il momento giusto fosse cinque anni fa, era fine luglio e, dopo che avevi pianto tra le mie braccia, sussurrandomi un -grazie-, ho pensato: “questa è la volta buona, ho aspettato così tanto e adesso mi gioco tutto”. Per giocarmi tutti ci ho messo 7 mesi, ma mi sbagliavo, non era quello il momento giusto ed è passato.

Pensavo che il momento giusto fosse due anni fa, era fine marzo e mi sono fatta convincere a mandare quel messaggio, mentre eravamo in macchina, per scaramanzia l’ho inviato solo quando sono arrivata in quella casa, perché era successo qualcosa lassù, mi sentivo diversa e tutti continuavano a ripetermelo: “questa è la volta buona. Sei luminosa, così non ti ho mai vista, questa volta è diverso!”, ma sbagliavamo, non era quello il momento giusto ed è passato.folie11

Pensavo che la volta buona fosse quasi un anno fa, era giugno e quando ti ho visto la prima volta ho pensato: “questa è la volta buona”. A luglio ne ero quasi convinta del tutto, ad agosto ho cominciato a dubitare ma ci speravo ancora, il 31 agosto ho avuto la conferma, sbagliavo, non era quello il momento giusto ed è passato.

Pensavo che il momento giusto forse circa un mese, fa era inizio maggio, le cose quella volta erano cambiate sul serio come mai prima di allora, ero talmente convinta che senza pensarci due volte ho detto: “Sì, lo voglio!”, senza immaginare che qualche giorno dopo, il ripiego era dietro l’angolo, mi sbagliavo non era nemmeno quello il momento giusto, ma il dispiacere è passato in fretta.tumblr_nc2pxcVXbG1qdtt0bo1_500

Pensavo che il momento giusto fosse circa una settimana fa, e allora ho cominciato a pensarci assiduamente, oggi quando sono entrata nello spogliatoio dopo 3 ore, ho capito che mi sbagliavo, non è nemmeno questo il momento giusto.

Ma allora non è mai il momento giusto o forse lo è sempre? image1

Tornare (aka There’s no place like home)

Quando ti allontani per un po’ da casa vorresti non tornarci più, stai troppo bene fuori e ti senti libera finalmente. L’ordinarietà degli ultimi dieci anni ha lasciato il posto a tutto quello che, per non si sa quale ragione, ti eri sempre imposta di non fare, di allontanare e di resistere, perché la spensieratezza non era concessa e la vita bisognava sempre prenderla seriamente, a tal punto che anche le formiche diventavano degli insetti giganti, così come una difficoltà minuscola lasciava spazio alla tragedia. Stai fuori e la vita ti sorride, fai degli incontri e diventi un po’ come un bambino, non riesci a stare seduto nello stesso posto per più di 5 minuti o meno, vuoi solo andare, non importa dove, ma andare, perché altrove è sempre meglio. Ho sempre avuto la tendenza a voler andare, da piccola quando qualcuno mi faceva arrabbiare in casa, preparavo la valigia, che al tempo era una scatolona di plastica gialla (che è il mio colore preferito), ci mettevo Banana, il mio pupazzo, qualcosa a cui non potevo di certo rinunciare e via, partivo, chiudendomi in bagno, perchè in una casa di 50mq era l’unico posto tranquillo, tant’è che per me il bagno di casa mia è una specie di santuario della meditazione e non solo dei bisognini. Quando sto fuori di casa sto proprio bene, e l’ora di tornare non arriva mai, esasperando gli amici e i miei.
Dopo mesi di lontananza del cuore, ultimamente, ho voglia di raccontare qualcosa in più di casa mia, perchè la tengo sempre un po’ nascosta, quasi come se esistesse solo in un mondo parallelo che conosco solo io, però non è un mondo parallelo, è reale, è fatto di luoghi e di persone che, forse in modo un po’ anomalo da quello che ti aspetteresti da un giovane medio, mi hanno segnato indelebilmente, lasciando tracce, in alcuni casi impercettibili e in altri voraginosi (che forse non esiste). Quando vuoi fare incontrare due mondi inizia la paura di svelare troppo e io tendenzialmente racconto poco di me, oppure racconto fino a quando so di essere capace di reggere, fino a quando so che c’è sempre un piccolo margine di salvezza o di fuga a gambe levate. È difesa, non è nient’altro. Oggi sono tornata a casa, un po’ per ripiego, perchè i programmi che avevo in mente sono saltati ed è successo l’inaspettato, perchè quando torni a casa, qualcuno ti aspetta sempre, perché a casa succede cosí, nonostante negli ultimi tempi tu abbia portato più pacchi di un corriere, c’è qualcuno che, anche se non ti vede da tre mesi, ha capito quanto avevi bisogno di andare via e resta lí, ad aspettarti, perché è sicuro che tornerai, si torna sempre, prima o poi. E tu torni, senza dirlo a nessuno e vedi che le cose stanno andando avanti anche senza di te, ma quando torni comunque ti viene incontro e ti parla, come se non te ne fossi mai andata, come se fossi sempre stata lì.
Quando smetti di aspettarti qualcosa, è quello il momento in cui succede. Ogni tanto fa bene tornare a casa e ti dico di più, mi piacerebbe trovarti lì un giorno.

Costruzione (aka ma che senso ha?)

Potremmo andare a Parigi, dico Parigi perché mi piace tanto, ma potremmo fare un viaggio da qualsiasi parte… Non so quale, ma so solo che vorrei percorre dell’altra strada, insieme, anche se la stiamo già percorrendo. Potremmo fare un viaggio alla scoperta di noi stessi, allo scoperta degli altri. Quanto cose possono essere le persone? Quante cose insieme intendo, ricopriamo dei ruoli nelle vita, ma davvero siamo sempre la stessa persona? E se inventassimo dei personaggi? Qualcuno che non siamo? È una cosa che mi sono sempre chiesta, perché ci sono parti di me che a volte tengo nascoste persino a me stessa, ma credo che essere se stessi dovrebbe essere la cosa che ha più senso. Pensateci, una vita intera non basta per scoprirsi, e anche quando pensiamo di conoscere cosí bene alcune parti di noi, all’improvviso si trasformano in qualcos’altro. E quindi? chi siamo? Una vita intera non basta più. Così ho preso un tasto sulla tastiera di un vecchio computer, perché quando ero piccola, guardavo con ammirazione mio fratello più grande che scriveva la mia ricerca di geografia al computer, perché mentre gliela dettavo mi guardava e mi sorrideva, compiaciuto del fatto che lui riuscisse a scrivere al computer senza guardare la tastiera e io no, pensavo che un giorno anche io sarei riuscita a scrivere senza guardare la tastiera. Intorno ai 16 anni ho scritto una storia che parlava di un viaggio in Australia e di un muffin al cioccolato, adesso è nascosta nell’armadio dei vestiti, sotto un quantitativo non definito di borse e sotto tutte le cose che tento di tenere nascoste, tipo gli scontrini dei vestiti che ho comprato e non avevo bisogno di comprare.  Un giorno dietro il bancone dei gelati da Grom, progettavo il lavoro della mia vita, perché chi penserebbe mai che fare gelati possa essere il lavoro della propria vita? E cosí ho deciso di aprire un blog, per dire delle cose, a tutti e a nessuno, per raccontarmi e per essere me stessa, che dovrebbe essere la cosa che ha piú senso. Io scrivo solo al computer, il gusto di scrivere a penna l’ho perso quando ho capito che mi ci sarebbero voluti troppi fogli per tutte le volte che avrei dovuto tirare una riga su quello che avevo scritto davvero da schifo. Per raccontare di me, scrivo sul blog ed è buffo, perché i miei genitori scoprono cose che non conoscevano su di me e non solo loro.
Quindi per me ha senso scrivere, perché ha senso essere se stessi e io quando scrivo sono me stessa, errori e virgole di troppo comprese.
David Grossman ha detto:
Scrivere mi fa bene. Lo sento. Anche quando scrivo cose tristi, qualcosa in me si tranquillizza, sento di avere uno scopo.

Disagio (aka l’importante è esserne consapevoli)

Mi chiedo tutto ciò da dove abbia origine. Tutto questo disagio. Quanto c’entra con la produzione di estrogeni e progesteroni e il brutale sfaldamento dell’endometrio (non spaventatevi) che mensilmente turba l’equilibrio psico-fisico della categoria donna? Nel più probabile dei casi la risposta di un maschio medio sarebbe un “SÌ” prepotente e altezzoso seguito da una ripetizione del “SÌ”, questa volta in tono esasperato (seguendo la logica dello sfinimento). Negli ultimi due giorni sono passata dalla fase “ebete”, cioè la fase dei sorrisini del cazzo sulla faccia, alla fase “scazzo-come-se-non-ci-fosse-un-domani” e adesso sto ascoltando la playlist degli 883 su youtube nell’ufficio parrocchiale e sta passando “La regola dell’amico”, sancendo la fase “depressiva” del tardo pomeriggio. La odio proprio questa canzone, perché nella fase adolescenziale me l’hanno cantata per friendzonarmi e io avrei voluto tanto dire che, nel testo, era la donna a friendzonare l’uomo e non viceversa, ma invece quella traumatizzata alla fine ero sempre e solo io, ma che palle! Potremmo parlare della friendzone, ma forse risulterei noiosa e un po’ ripetitiva. Non so bene neanche cosa voglio scrivere attualmente, quindi credo che seguirò il flusso di coscienza, come se non succedesse mai tra l’altro. Volevo parlare di resistenza, ma non la R-esistenza, quella interessante; volevo parlare della resistenza in fisica e di quella del mio cervello. Ho un grado di resistenza molto alto. In fisica, la resistenza elettrica è la grandezza che misura la capacità di un corpo di opporsi al passaggio di una corrente elettrica, e mi sembra proprio adatta per descrivere la resistenza che intendo io. Mi piace pensare che la corrente elettrica sia un po’ come l’istinto, tipo quella scossa  di emozione che ti scompiglia i capelli e lo stomaco, mentre la resistenza è l’opposizione, quindi la capacità di non farsi prendere dall’emozione, anzi no, perché non farsi prendere dall’emozione sarebbe una bella cosa, invece la resistenza è l’omino dentro il tuo stomaco che sta gridando e tu che lo soffochi con un cuscino. Sarò breve, perché è tardi e ho voglia di andare dritto al punto. Chi ha la mia stessa capacità di resistenza mi fa proprio incazzare, perché non si dovrebbe resistere, non si dovrebbe avere sempre la situazione sotto controllo, bisognerebbe vivere le cose come vengono e basta e se si ha voglia di fare qualcosa si dovrebbe fare, senza pensarci troppo. Oggi la mia capacità di resistenza si è fatta sentire tanto, avrei voluto fare delle cose, ma ho resistito e se qualcuno mi chiedesse perché, non avrei nemmeno una motivazione valida per convincere me stessa. Resistere ti fa proprio rosicare di brutto; sei tu, insieme a te stessa che resistete e nessuno lo sa, quindi non sortite neanche l’effetto che desiderereste, e la cosa non porta niente a nessuno, ma toglie solo il fiato e l’attenzione sul resto. E’ contraddittorio, ma stasera va così…L’importante è almeno essere consapevoli di essere un’idiota completa, ma sopratutto di aver scritto un post di merda di più.

 

Nomen Omen (aka “Marco nel mio diario ho una fotografia”)

Marco.
Stanotte ho sognato un uomo che si chiamava Marco, era un ingegnere e viveva ancora con i suoi genitori… Era alto e moro e mi dispiace non era quello che avevate pensato…
In realtà, erano un po’ di giorni che, in uno dei tanti viaggi in solitaria in macchina, pensavo a questo nome e, come al solito, a tutte le persone che ho incontrato nella mia vita che lo portavano, dei quali meritano menzione solo tre attualmente. Mi è venuto in mente che Marco è un nome che mi piace tanto, è un nome figo, è il nome di un figo, cioè di uno che sta sul pezzo, capite? Non sono tanto convinta di quest’ultima parte, ma vediamo se la situazione migliora con il progredire del post.
Comunque, per dirlo, ci sono alcuni incontri nella vita che restano o di cui ti ricordi perché ti beccano in certi momenti importanti della tua vita, per questo, ogni tanto, me ne esco con la solita frase: “per me meritano un’attenzione particolare” ed, evidentemente, i Marco sono arrivati nei momenti giusti e, a questo punto, come minimo, i Marco che stanno leggendo questo post e sono presenti nella mia vita, o lo sono stati, anche se credo che solo uno di loro potrebbe star leggendo questo post, dovrebbero già avere gli occhi lucidi, vi sto dedicando un post, non so se…

Marco era il figlio del mio vicino di casa, quello del piano di sopra, era tanto affezionato a me e mio fratello. Sua sorella ci faceva da babysitter, quindi, ogni tanto, veniva anche lui da noi e io, da brava bimbetta (secondo me tutto potrebbe essere successo prima dei 6 anni), ero innamorata di lui e pensavo che lui lo fosse di me, cioè ero convinta di piacergli, ma solo molto anni dopo (o forse no) mi sarei resa conto che la cosa non era possibile e che questa tendenza di immaginarsi le storie d’amore sarebbe stato un grandissimo problema nel corso della mia vita. Era alto, moro, occhi azzurri, tatuato e sorridente, un mix esplosivo in sostanza e pericolosissimo. Mia madre mi ha raccontato che, quando veniva a salutarmi con la sua ragazza del periodo, facevo la bambina acida e impertinente e mi tenevo stretta stretta il MIO Marco, perché era MIO, non curandomi della presenza di lei. Tsk!! Qualche anno fa credo abbia preso un gatto, probabilmente nella fase zitella della sua vita e quando tornava a casa e metteva la macchina nel garage, proprio di fronte al mio balcone, lo chiamava, aspettava che uscisse e gli urlava frasi d’amore dal cortile e lì, ho cominciato a fare delle domande a me stessa, a chiedermi se fossi davvero sicura che potesse piacermi uno che faceva così con un gatto, poi abbiamo toccato la fase ornitologa (equivoca questa!) e le sue sopracciglia erano diventate talmente “a gabbiano” che quando lo incontravo per le scale, abbassavo lo sguardo vergognandomi del fatto che non mi era ancora chiaro che solo a Cara Delevigne stanno bene le sopracciglia da procione, poi ha avuto un figlio e quando arrivano i figli, finisce il desiderio, di qualsiasi tipo esso sia.

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Marco era il cugino di una mia cara amica, quando aveva 12 anni, era un po’ esagitato e picchiava la gente, o forse erano solo i suoi fratelli. Media altezza, moro, capelli lunghi, abbronzato e campagnolo, un altro mix esplosivo in quella fascia d’età. Quando l’ho visto la seconda volta aveva 16 anni e io 13, mi sentivo una ragazzina stupida (e lo ero) e, come spesso succede, si era accorto che mi faceva un certo effetto, tipo una paralisi facciale ebete quando mi rivolgeva la parola. Non era della mia zona, per cui vederlo era un’occasione davvero unica, capitava poche volte, in genere nelle feste comandate: la solita grigliata di pasquetta era diventata, improvvisamente, la cosa più bella che potesse capitare.
Abbiamo una foto insieme, che non so dove sia finita, sarà in fondo ad un cassetto, ma ricordo che la custodivo con tanta cura. In quella foto faceva il dito medio, era un duro!!! Ci eravamo scambiati i numeri di cellulari, o più facilmente ero riuscita ad ottenerlo in qualche modo, e credo ci fossimo scambiati dei messaggi abbastanza inutili. Un giorno gli ho fatto uno scherzo telefonico, ma a quel punto mi era già passata la cotta perché, altrimenti, conoscendomi, non l’avrei mai fatto. E poi l’ho rivisto qualche anno dopo, quando sono andata a casa sua con i miei genitori, forse 16 anni li avevo io e mi chiedo se siano passati così tanti anni da allora, non ricordo, ma in quell’occasione ho conosciuto la sua fidanzata e ho pensato: “are you fuckin’ kiddin me?”. D’accordo, che fossi un campagnin (espressione tipicamente piemontese) me ne ero accorta, che la tua carriera negli studi non sarebbe stata brillante anche, ma sul serio stai con una nana tamarra e pure cessa? “No, Maria, io esco” ed è finita cosí, lui continua a stare con lei e io penso che, nella vita, ci si accontenta sempre troppo e ho appena notato che ho ancora il suo numero di telefono salvato in rubrica e andrò a controllare la sua foto profilo whatsapp, ma tanto con l’avanzare dell’età peggiorano tutti.

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Marco è un nuovo amico, cioè non so se è proprio un amico, nel senso che ci conosciamo da poco, o almeno, abbiamo cominciato a conoscerci un po’ seriamente da poco, per questo mi sembra strano definirlo “amico”, perché ho sempre pensato che gli amici potessero essere solo quelli che conosci da una vita, ma le convinzioni che ho sempre avuto si stanno sgretolando con un certa rapidità ormai, quindi non posso dirlo con certezza. Medio basso (che potrebbe essere simile e medio alto), biondo, occhi scuri, spalle definite e simpatico. Non so se avete notato la progressione (o regressione) di altezza dal primo. La prima volta che ci siamo visti si è presentato, la seconda volta che ci siamo visti si è presentato, la terza volta che ci siamo visti si è presentato, la quarta volta che ci siamo visti si è presentato e io, ogni volta, pensavo “Ma che cazzo! Ce la fa?”. Caro Marco, so che stai leggendo, pensa a come potrebbe sentirsi una persona dopo la quarta volta che ti sei ripresentato (e mi viene da ridere). Un anno dopo, quando finalmente aveva imparato il mio nome, è nato un amore, abbastanza improvviso, un amore platonico, state sereni! E adesso testeremo la mia capacità di osservazione e la mia bravura a evitare di giocarmi le amicizie…
Vena artistica e vena ingegneristica si incontrano nel suo cervello e nel mio, invece, risultano assolutamente incompatibili, ma Gardner mi farebbe un pippozzo sulla teoria delle intelligenze multiple per quello che ho appena detto. E’ caotico a tratti e potrebbe risultare disorganizzato, ma può diventare incredibilmente pignolo se le tue capacità di usare excel si limitano a scrivere un elenco in caselle, dimostrando anche delle difficoltà nel farlo. È un buono, uno di quelli che va via per ultimo o si propongono di aiutarti se hai bisogno di una mano. Ha bisogno di supporto, non intendo di un insegnante di sostegno, ma di supporto morale o solidarietà, che dir si voglia, cioè di qualcuno che gli dia delle conferme, di qualcuno che lo guardi e gli dica che gli è venuta in mente esattamente la stessa cosa che sta pensando anche lui, del tipo: “sono d’accordo con te, penso sia una buona idea”. Spesso ci sentiamo per telefono e mi faccio un sacco di risate perché parliamo veramente di cose a caso e nessuno dei due ci capisce mai un cazzo, e per questo è ancora più una figata, perché nella follia generale dei nostri cervelli ci intendiamo. E’ un moderatore, uno di quelli che non litigherebbe con nessuno, spesso facendosi venire il sangue amaro pur di evitare il “conflitto”, e fa strano sul serio vederlo o sentirlo arrabbiato, non te lo aspetteresti. E’ uno gioviale con tutti, affidabile e non credo sia capace di dire bugie (e spero di averci azzeccato), e siamo in due, evviva.  Dai, Marco, la gente lasciala stare, andiamo a mangiare il sushi?

Oggi un amico mi ha detto che noi donne siamo troppo esplicite e che dovremmo esserlo di meno, ma io non ce la faccio, quindi dico che sono arrivata alla fase in cui sono già troppe ore complessive che sto dietro a questo post e non so come chiuderlo. E lo finirò così, con una canzone di Marta sui Tubi, solo perché contiene un “caro Marco” e la canzone della Pausini la tengo per il titolo.

Guarda che a volte la cosa
più semplicemente umana
lasciare il controllo del male,
le Reti, le Diete,
e se è il caso di perdere parti di sé.Non ho pianto
questo è certo
ma era un sogno
ho un ricordo:Caro Marco,
ti scrivo dal profondo del mare,
nascosto dentro un giardino di corallo
a riparo dagli squali
ma invisibile per le sirene.
Quando ne ho voglia
alzo gli occhi e guardo il sole
attraverso un milione
di miliardi
di metri cubi d’acqua
e finalmente
non mi bruciano più gli occhi.