Tornare (aka There’s no place like home)

Quando ti allontani per un po’ da casa vorresti non tornarci più, stai troppo bene fuori e ti senti libera finalmente. L’ordinarietà degli ultimi dieci anni ha lasciato il posto a tutto quello che, per non si sa quale ragione, ti eri sempre imposta di non fare, di allontanare e di resistere, perché la spensieratezza non era concessa e la vita bisognava sempre prenderla seriamente, a tal punto che anche le formiche diventavano degli insetti giganti, così come una difficoltà minuscola lasciava spazio alla tragedia. Stai fuori e la vita ti sorride, fai degli incontri e diventi un po’ come un bambino, non riesci a stare seduto nello stesso posto per più di 5 minuti o meno, vuoi solo andare, non importa dove, ma andare, perché altrove è sempre meglio. Ho sempre avuto la tendenza a voler andare, da piccola quando qualcuno mi faceva arrabbiare in casa, preparavo la valigia, che al tempo era una scatolona di plastica gialla (che è il mio colore preferito), ci mettevo Banana, il mio pupazzo, qualcosa a cui non potevo di certo rinunciare e via, partivo, chiudendomi in bagno, perchè in una casa di 50mq era l’unico posto tranquillo, tant’è che per me il bagno di casa mia è una specie di santuario della meditazione e non solo dei bisognini. Quando sto fuori di casa sto proprio bene, e l’ora di tornare non arriva mai, esasperando gli amici e i miei.
Dopo mesi di lontananza del cuore, ultimamente, ho voglia di raccontare qualcosa in più di casa mia, perchè la tengo sempre un po’ nascosta, quasi come se esistesse solo in un mondo parallelo che conosco solo io, però non è un mondo parallelo, è reale, è fatto di luoghi e di persone che, forse in modo un po’ anomalo da quello che ti aspetteresti da un giovane medio, mi hanno segnato indelebilmente, lasciando tracce, in alcuni casi impercettibili e in altri voraginosi (che forse non esiste). Quando vuoi fare incontrare due mondi inizia la paura di svelare troppo e io tendenzialmente racconto poco di me, oppure racconto fino a quando so di essere capace di reggere, fino a quando so che c’è sempre un piccolo margine di salvezza o di fuga a gambe levate. È difesa, non è nient’altro. Oggi sono tornata a casa, un po’ per ripiego, perchè i programmi che avevo in mente sono saltati ed è successo l’inaspettato, perchè quando torni a casa, qualcuno ti aspetta sempre, perché a casa succede cosí, nonostante negli ultimi tempi tu abbia portato più pacchi di un corriere, c’è qualcuno che, anche se non ti vede da tre mesi, ha capito quanto avevi bisogno di andare via e resta lí, ad aspettarti, perché è sicuro che tornerai, si torna sempre, prima o poi. E tu torni, senza dirlo a nessuno e vedi che le cose stanno andando avanti anche senza di te, ma quando torni comunque ti viene incontro e ti parla, come se non te ne fossi mai andata, come se fossi sempre stata lì.
Quando smetti di aspettarti qualcosa, è quello il momento in cui succede. Ogni tanto fa bene tornare a casa e ti dico di più, mi piacerebbe trovarti lì un giorno.

Costruzione (aka ma che senso ha?)

Potremmo andare a Parigi, dico Parigi perché mi piace tanto, ma potremmo fare un viaggio da qualsiasi parte… Non so quale, ma so solo che vorrei percorre dell’altra strada, insieme, anche se la stiamo già percorrendo. Potremmo fare un viaggio alla scoperta di noi stessi, allo scoperta degli altri. Quanto cose possono essere le persone? Quante cose insieme intendo, ricopriamo dei ruoli nelle vita, ma davvero siamo sempre la stessa persona? E se inventassimo dei personaggi? Qualcuno che non siamo? È una cosa che mi sono sempre chiesta, perché ci sono parti di me che a volte tengo nascoste persino a me stessa, ma credo che essere se stessi dovrebbe essere la cosa che ha più senso. Pensateci, una vita intera non basta per scoprirsi, e anche quando pensiamo di conoscere cosí bene alcune parti di noi, all’improvviso si trasformano in qualcos’altro. E quindi? chi siamo? Una vita intera non basta più. Così ho preso un tasto sulla tastiera di un vecchio computer, perché quando ero piccola, guardavo con ammirazione mio fratello più grande che scriveva la mia ricerca di geografia al computer, perché mentre gliela dettavo mi guardava e mi sorrideva, compiaciuto del fatto che lui riuscisse a scrivere al computer senza guardare la tastiera e io no, pensavo che un giorno anche io sarei riuscita a scrivere senza guardare la tastiera. Intorno ai 16 anni ho scritto una storia che parlava di un viaggio in Australia e di un muffin al cioccolato, adesso è nascosta nell’armadio dei vestiti, sotto un quantitativo non definito di borse e sotto tutte le cose che tento di tenere nascoste, tipo gli scontrini dei vestiti che ho comprato e non avevo bisogno di comprare.  Un giorno dietro il bancone dei gelati da Grom, progettavo il lavoro della mia vita, perché chi penserebbe mai che fare gelati possa essere il lavoro della propria vita? E cosí ho deciso di aprire un blog, per dire delle cose, a tutti e a nessuno, per raccontarmi e per essere me stessa, che dovrebbe essere la cosa che ha piú senso. Io scrivo solo al computer, il gusto di scrivere a penna l’ho perso quando ho capito che mi ci sarebbero voluti troppi fogli per tutte le volte che avrei dovuto tirare una riga su quello che avevo scritto davvero da schifo. Per raccontare di me, scrivo sul blog ed è buffo, perché i miei genitori scoprono cose che non conoscevano su di me e non solo loro.
Quindi per me ha senso scrivere, perché ha senso essere se stessi e io quando scrivo sono me stessa, errori e virgole di troppo comprese.
David Grossman ha detto:
Scrivere mi fa bene. Lo sento. Anche quando scrivo cose tristi, qualcosa in me si tranquillizza, sento di avere uno scopo.

Disagio (aka l’importante è esserne consapevoli)

Mi chiedo tutto ciò da dove abbia origine. Tutto questo disagio. Quanto c’entra con la produzione di estrogeni e progesteroni e il brutale sfaldamento dell’endometrio (non spaventatevi) che mensilmente turba l’equilibrio psico-fisico della categoria donna? Nel più probabile dei casi la risposta di un maschio medio sarebbe un “SÌ” prepotente e altezzoso seguito da una ripetizione del “SÌ”, questa volta in tono esasperato (seguendo la logica dello sfinimento). Negli ultimi due giorni sono passata dalla fase “ebete”, cioè la fase dei sorrisini del cazzo sulla faccia, alla fase “scazzo-come-se-non-ci-fosse-un-domani” e adesso sto ascoltando la playlist degli 883 su youtube nell’ufficio parrocchiale e sta passando “La regola dell’amico”, sancendo la fase “depressiva” del tardo pomeriggio. La odio proprio questa canzone, perché nella fase adolescenziale me l’hanno cantata per friendzonarmi e io avrei voluto tanto dire che, nel testo, era la donna a friendzonare l’uomo e non viceversa, ma invece quella traumatizzata alla fine ero sempre e solo io, ma che palle! Potremmo parlare della friendzone, ma forse risulterei noiosa e un po’ ripetitiva. Non so bene neanche cosa voglio scrivere attualmente, quindi credo che seguirò il flusso di coscienza, come se non succedesse mai tra l’altro. Volevo parlare di resistenza, ma non la R-esistenza, quella interessante; volevo parlare della resistenza in fisica e di quella del mio cervello. Ho un grado di resistenza molto alto. In fisica, la resistenza elettrica è la grandezza che misura la capacità di un corpo di opporsi al passaggio di una corrente elettrica, e mi sembra proprio adatta per descrivere la resistenza che intendo io. Mi piace pensare che la corrente elettrica sia un po’ come l’istinto, tipo quella scossa  di emozione che ti scompiglia i capelli e lo stomaco, mentre la resistenza è l’opposizione, quindi la capacità di non farsi prendere dall’emozione, anzi no, perché non farsi prendere dall’emozione sarebbe una bella cosa, invece la resistenza è l’omino dentro il tuo stomaco che sta gridando e tu che lo soffochi con un cuscino. Sarò breve, perché è tardi e ho voglia di andare dritto al punto. Chi ha la mia stessa capacità di resistenza mi fa proprio incazzare, perché non si dovrebbe resistere, non si dovrebbe avere sempre la situazione sotto controllo, bisognerebbe vivere le cose come vengono e basta e se si ha voglia di fare qualcosa si dovrebbe fare, senza pensarci troppo. Oggi la mia capacità di resistenza si è fatta sentire tanto, avrei voluto fare delle cose, ma ho resistito e se qualcuno mi chiedesse perché, non avrei nemmeno una motivazione valida per convincere me stessa. Resistere ti fa proprio rosicare di brutto; sei tu, insieme a te stessa che resistete e nessuno lo sa, quindi non sortite neanche l’effetto che desiderereste, e la cosa non porta niente a nessuno, ma toglie solo il fiato e l’attenzione sul resto. E’ contraddittorio, ma stasera va così…L’importante è almeno essere consapevoli di essere un’idiota completa, ma sopratutto di aver scritto un post di merda di più.

 

Nomen Omen (aka “Marco nel mio diario ho una fotografia”)

Marco.
Stanotte ho sognato un uomo che si chiamava Marco, era un ingegnere e viveva ancora con i suoi genitori… Era alto e moro e mi dispiace non era quello che avevate pensato…
In realtà, erano un po’ di giorni che, in uno dei tanti viaggi in solitaria in macchina, pensavo a questo nome e, come al solito, a tutte le persone che ho incontrato nella mia vita che lo portavano, dei quali meritano menzione solo tre attualmente. Mi è venuto in mente che Marco è un nome che mi piace tanto, è un nome figo, è il nome di un figo, cioè di uno che sta sul pezzo, capite? Non sono tanto convinta di quest’ultima parte, ma vediamo se la situazione migliora con il progredire del post.
Comunque, per dirlo, ci sono alcuni incontri nella vita che restano o di cui ti ricordi perché ti beccano in certi momenti importanti della tua vita, per questo, ogni tanto, me ne esco con la solita frase: “per me meritano un’attenzione particolare” ed, evidentemente, i Marco sono arrivati nei momenti giusti e, a questo punto, come minimo, i Marco che stanno leggendo questo post e sono presenti nella mia vita, o lo sono stati, anche se credo che solo uno di loro potrebbe star leggendo questo post, dovrebbero già avere gli occhi lucidi, vi sto dedicando un post, non so se…

Marco era il figlio del mio vicino di casa, quello del piano di sopra, era tanto affezionato a me e mio fratello. Sua sorella ci faceva da babysitter, quindi, ogni tanto, veniva anche lui da noi e io, da brava bimbetta (secondo me tutto potrebbe essere successo prima dei 6 anni), ero innamorata di lui e pensavo che lui lo fosse di me, cioè ero convinta di piacergli, ma solo molto anni dopo (o forse no) mi sarei resa conto che la cosa non era possibile e che questa tendenza di immaginarsi le storie d’amore sarebbe stato un grandissimo problema nel corso della mia vita. Era alto, moro, occhi azzurri, tatuato e sorridente, un mix esplosivo in sostanza e pericolosissimo. Mia madre mi ha raccontato che, quando veniva a salutarmi con la sua ragazza del periodo, facevo la bambina acida e impertinente e mi tenevo stretta stretta il MIO Marco, perché era MIO, non curandomi della presenza di lei. Tsk!! Qualche anno fa credo abbia preso un gatto, probabilmente nella fase zitella della sua vita e quando tornava a casa e metteva la macchina nel garage, proprio di fronte al mio balcone, lo chiamava, aspettava che uscisse e gli urlava frasi d’amore dal cortile e lì, ho cominciato a fare delle domande a me stessa, a chiedermi se fossi davvero sicura che potesse piacermi uno che faceva così con un gatto, poi abbiamo toccato la fase ornitologa (equivoca questa!) e le sue sopracciglia erano diventate talmente “a gabbiano” che quando lo incontravo per le scale, abbassavo lo sguardo vergognandomi del fatto che non mi era ancora chiaro che solo a Cara Delevigne stanno bene le sopracciglia da procione, poi ha avuto un figlio e quando arrivano i figli, finisce il desiderio, di qualsiasi tipo esso sia.

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Marco era il cugino di una mia cara amica, quando aveva 12 anni, era un po’ esagitato e picchiava la gente, o forse erano solo i suoi fratelli. Media altezza, moro, capelli lunghi, abbronzato e campagnolo, un altro mix esplosivo in quella fascia d’età. Quando l’ho visto la seconda volta aveva 16 anni e io 13, mi sentivo una ragazzina stupida (e lo ero) e, come spesso succede, si era accorto che mi faceva un certo effetto, tipo una paralisi facciale ebete quando mi rivolgeva la parola. Non era della mia zona, per cui vederlo era un’occasione davvero unica, capitava poche volte, in genere nelle feste comandate: la solita grigliata di pasquetta era diventata, improvvisamente, la cosa più bella che potesse capitare.
Abbiamo una foto insieme, che non so dove sia finita, sarà in fondo ad un cassetto, ma ricordo che la custodivo con tanta cura. In quella foto faceva il dito medio, era un duro!!! Ci eravamo scambiati i numeri di cellulari, o più facilmente ero riuscita ad ottenerlo in qualche modo, e credo ci fossimo scambiati dei messaggi abbastanza inutili. Un giorno gli ho fatto uno scherzo telefonico, ma a quel punto mi era già passata la cotta perché, altrimenti, conoscendomi, non l’avrei mai fatto. E poi l’ho rivisto qualche anno dopo, quando sono andata a casa sua con i miei genitori, forse 16 anni li avevo io e mi chiedo se siano passati così tanti anni da allora, non ricordo, ma in quell’occasione ho conosciuto la sua fidanzata e ho pensato: “are you fuckin’ kiddin me?”. D’accordo, che fossi un campagnin (espressione tipicamente piemontese) me ne ero accorta, che la tua carriera negli studi non sarebbe stata brillante anche, ma sul serio stai con una nana tamarra e pure cessa? “No, Maria, io esco” ed è finita cosí, lui continua a stare con lei e io penso che, nella vita, ci si accontenta sempre troppo e ho appena notato che ho ancora il suo numero di telefono salvato in rubrica e andrò a controllare la sua foto profilo whatsapp, ma tanto con l’avanzare dell’età peggiorano tutti.

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Marco è un nuovo amico, cioè non so se è proprio un amico, nel senso che ci conosciamo da poco, o almeno, abbiamo cominciato a conoscerci un po’ seriamente da poco, per questo mi sembra strano definirlo “amico”, perché ho sempre pensato che gli amici potessero essere solo quelli che conosci da una vita, ma le convinzioni che ho sempre avuto si stanno sgretolando con un certa rapidità ormai, quindi non posso dirlo con certezza. Medio basso (che potrebbe essere simile e medio alto), biondo, occhi scuri, spalle definite e simpatico. Non so se avete notato la progressione (o regressione) di altezza dal primo. La prima volta che ci siamo visti si è presentato, la seconda volta che ci siamo visti si è presentato, la terza volta che ci siamo visti si è presentato, la quarta volta che ci siamo visti si è presentato e io, ogni volta, pensavo “Ma che cazzo! Ce la fa?”. Caro Marco, so che stai leggendo, pensa a come potrebbe sentirsi una persona dopo la quarta volta che ti sei ripresentato (e mi viene da ridere). Un anno dopo, quando finalmente aveva imparato il mio nome, è nato un amore, abbastanza improvviso, un amore platonico, state sereni! E adesso testeremo la mia capacità di osservazione e la mia bravura a evitare di giocarmi le amicizie…
Vena artistica e vena ingegneristica si incontrano nel suo cervello e nel mio, invece, risultano assolutamente incompatibili, ma Gardner mi farebbe un pippozzo sulla teoria delle intelligenze multiple per quello che ho appena detto. E’ caotico a tratti e potrebbe risultare disorganizzato, ma può diventare incredibilmente pignolo se le tue capacità di usare excel si limitano a scrivere un elenco in caselle, dimostrando anche delle difficoltà nel farlo. È un buono, uno di quelli che va via per ultimo o si propongono di aiutarti se hai bisogno di una mano. Ha bisogno di supporto, non intendo di un insegnante di sostegno, ma di supporto morale o solidarietà, che dir si voglia, cioè di qualcuno che gli dia delle conferme, di qualcuno che lo guardi e gli dica che gli è venuta in mente esattamente la stessa cosa che sta pensando anche lui, del tipo: “sono d’accordo con te, penso sia una buona idea”. Spesso ci sentiamo per telefono e mi faccio un sacco di risate perché parliamo veramente di cose a caso e nessuno dei due ci capisce mai un cazzo, e per questo è ancora più una figata, perché nella follia generale dei nostri cervelli ci intendiamo. E’ un moderatore, uno di quelli che non litigherebbe con nessuno, spesso facendosi venire il sangue amaro pur di evitare il “conflitto”, e fa strano sul serio vederlo o sentirlo arrabbiato, non te lo aspetteresti. E’ uno gioviale con tutti, affidabile e non credo sia capace di dire bugie (e spero di averci azzeccato), e siamo in due, evviva.  Dai, Marco, la gente lasciala stare, andiamo a mangiare il sushi?

Oggi un amico mi ha detto che noi donne siamo troppo esplicite e che dovremmo esserlo di meno, ma io non ce la faccio, quindi dico che sono arrivata alla fase in cui sono già troppe ore complessive che sto dietro a questo post e non so come chiuderlo. E lo finirò così, con una canzone di Marta sui Tubi, solo perché contiene un “caro Marco” e la canzone della Pausini la tengo per il titolo.

Guarda che a volte la cosa
più semplicemente umana
lasciare il controllo del male,
le Reti, le Diete,
e se è il caso di perdere parti di sé.Non ho pianto
questo è certo
ma era un sogno
ho un ricordo:Caro Marco,
ti scrivo dal profondo del mare,
nascosto dentro un giardino di corallo
a riparo dagli squali
ma invisibile per le sirene.
Quando ne ho voglia
alzo gli occhi e guardo il sole
attraverso un milione
di miliardi
di metri cubi d’acqua
e finalmente
non mi bruciano più gli occhi.

 

“The Best of me” (aka the worst of Nicholas Sparks)

Dai, vi dico la verità. Ho visto un ulteriore film di Nicholas Sparks solo perché sapevo che mi sarebbe venuto da scriverne una bella invettiva sopra, tirando fuori la mitica acidità latente, ormai sottaciuta da un periodo davvero positivo.

Avevo già scritto qualcosa su Nicholas Sparks che, sicuramente, era sulla stessa scia di quello che scriverò qui, perché provo una sorta di odio e amore nei suoi confronti, quindi, sapendo bene che l’odio e l’amore non sono che due facce della stessa medaglia, la cosa mi dà ancora più fastidio, perché è come dire che alla fine mi piace, e probabilmente sì, visto che comunque, prima o poi, i film tratti dai suoi libri li guardo di sicuro; che poi non posso neanche prendermela troppo con Nicholas Sparks, e invece sì, perché alla fine la storia la scrive lui.

Questa è la recensione di “Best of me – Il meglio di me” (contiene spoiler).

Sono un po’ ammalata, ho gli occhi lucidi e ogni volta che starnutisco mi provoco del dolore lancinante alla gola e, se non ho un fazzoletto nei paraggi, rischio di imbrattare capelli, coperte, ecc. di  sostanza mucosa (e non proseguo). Sappiamo bene che per la teoria della recidività, se stai male, vuoi stare ancora più male, e per questo, ho ben deciso di guardare il suddetto film, non so, volevo che il mio naso colasse di più e volevo che i miei occhi continuassero a lacrimare prepotentemente.

Il film inizia già con del surreale, James Marsden, Dawson, (il protagonista “vecchio”) è “vittima” di un’esplosione e viene scaraventato in acqua, restandoci per 4 ore, senza riportare lesioni di alcun tipo e va beh, continua poi, con una serie di flashback, che ricordavano tanto Le Pagine della Nostra Vita (giustamente), dove arriva la versione giovane di Dawson, Luke Bracey (decisamente meglio in versione bionda e con barba) e quindi, diventa la storia di lui, super figo, incapace con le ragazze, che viene notato dalla bellissima Amanda che, ovviamente, si innamora di lui e nessuno capisce perché (della serie: “ho prenotato una visita collettiva dall’oculista per tutte le protagoniste donne del film”), perché lui ha avuto un’infanzia difficile con padre violento, è un ragazzaccio e scappa di casa e si intrufola nel garage di uno che poi diventa come un padre per lui e lui come un figlio. Amanda, invece, ha una famiglia super ricca e tanti progetti, tipo fare legge all’università (il desiderio medio di ogni americana media) e fare tanta beneficenza e salvare tanti bambini, e il suo papà cerca di comprare Dawson con tanti soldi per tenerlo lontano da sua figlia, ma lui dice che niente equivale all’amore che ha per lei e si baciano e fanno l’amore per la prima volta… e poi succedono delle brutte cose, perché dopo tutto il film in cui il papà di lui non l’avevano più fatto vedere, lui torna prepotente a riprendersi suo figlio e picchia a sangue il nuovo “papà” di lui e poi Dawson si arrabbia e va con l’amico che doveva sposarsi e aveva la ragazza incinta a uccidere suo padre, ma non ce la fa perché è un buono, ma un colpo di fucile esce lo stesso e becca l’amico proprio in fronte e lui va in prigione e non vuole più vedere Amanda per salvarla, che invece va ogni giorno per un mese e ogni settimana per un anno a trovarlo. E poi non si vedono più per venti anni e lei si sposa e ha due figli, ma uno muore di leucemia, e lui non smette mai di amare lei e quando si rivedono scoprono che si amano tantissimo e si baciano e fanno l’amore dove l’avevano fatto l’ultima volta (che però era anche la prima), ma lei deve tornare dalla sua famiglia e da suo marito alcolizzato e tutti piangono e io piango e maledico Nicholas, e poi contemporaneamente succedono due cose:

  1. Dawson salva il figlio del suo amico defunto tanti anni prima che era diventato lo scagnozzo di suo padre brutto e cattivo che allora lo insegue insieme ai suoi fratelli perché lo vuole uccidere;
  2.  il figlio di Amanda ha un incidente stradale e deve subire un trapianto di cuore il più presto possibile.

Ditemi che, senza bisogno di spiegarvela, siete arrivati alla conclusione del film… E poi uno non si deve incazzare. Certo che si piange per forza, quando la gente muore si piange, quando rivedi il ragazzo che ti piace tanto e ti rendi conto che la cotta epocale che avevi per lui non ti è mai passata e, invece, lui non ti si è mai filato di pezza si piange (ah no, questa era un’altra storia). E poi dai, non credete sia poco credibile mettere Luke Bracey che è alto 1.83 a fare le versione giovane di Dawson e James Marsden che è alto 1.78 a fare la versione vecchia? Troppi pochi anni di differenza, troppo diversi fisicamente. E non so più cosa dire perché l’ho smenata per più di 823 parole, ma mi sento di dire che l’unica cosa buona e giusta di questo film fossero gli addominali di Luke Bracey e Amen!

Intolleranze (aka sono talmente disciplinata che mi dà fastidio la disciplina stessa)

Sono intollerante alla disciplina, ai divieti e ai rimproveri. Sarà che sono sempre stata molto dura con me stessa, tanto che il fatto che qualcun altro avesse da rimproverarmi qualcosa che avevo già ampiamente provveduto a rimproverarmi da sola, non mi è mai andato giú. Praticamente è un grandissimo paradosso, perché sono talmente disciplinata che mi dà fastidio la disciplina stessa! Ha senso? Quando a scuola la professoressa di italiano ci consegnava la lista dei libri da leggere per l’estate, in automatico, sapevo che nessuno di quelli mi sarebbe piaciuto e avrei dovuto soffrire le pene dell’inferno per riuscire a leggerli, solo per il fatto che non avrei potuto scegliere liberamente le letture da fare, che poi alla fine ho letto anche dei bei romanzi. Succedeva lo stesso quando la professoressa di francese cercava di farmi capire quando dovevo mettere l’accento grave invece di quello acuto, la guardavo annuendo e intanto pensavo a quanto mi davano fastidio i leccaculi, e cosí via per le altre lingue, inglese, tedesco, swahili… 

E poi è successo cosí per tutte le altre passioni della mia vita, mi piace scrivere, ma nei temi faccio cagare (e forse non solo in quelli), perché le consegne mi danno fastidio, cosa me ne frega di parlare del senso dell’amicizia che emerge in una serie  di poesie? Per non parlare di quando nella prima prova alla maturità uscí il titolo “siamo quello che mangiamo” e io ho deciso di impegolarmi nell’analisi del testo di Ungaretti, ottenendo scarsi risultati…

E poi c’è stata la musica in modo particolare, sono passioni, mica possono diventare rigida tecnica e sistemi statici? Ho una considerazione talmente alta della musica e del canto che mi sono sempre rifiutata di prendere delle lezioni per affinare la mia tecnica vocale e musicale, stupida no? Il solfeggio mi ha stroncato la carriera artistica, troppo metodo. Dopo qualche anno e dopo non pochi cambiamenti, sí, forse un po’ sono stupida o lo sono stata. Devi imparare per saper improvvisare. 

Mi è capitato oggi che qualcuno mi ha rimproverato, cioé non solo me, mentre stavo ripassando la parte e allora la mia vena anticonformista latente stava per uscire in modo prepotente, ma seguendo la linea del paradosso mi sono autopunita, abbassando la testa e restando in silenzio. Non so esattamente dove voglio andare a parare con questo post, ma d’altronde mi capita spesso di non sapere dove andare, ma credo che la mia frase tipo adesso sia “comunque andare” e il fatto che sia anche il titolo di una canzone di Alessandra Amoroso è puramente casuale, lo giuro, ma ha cosí tanto senso adesso, che non posso sempre fare l’altolocata di sta ceppa! E ho detto troppi “ma” e mi sta venendo la nausea. 

“Batman vs Superman”(aka opinioni opinabili sul film)

Premesse:

  1. Voglio scrivere assolutamente questo articolo costi il tempo che costi (credo qualche giorno)
  2. Non leggo i fumetti
  3.  Vivo una sorta di fanatismo per i film di Nolan su Batman

Ho visto Batman vs Superman: Dawn of Justice e questa è la mia opinione opinabile sul film. Contiene spoiler.

Alla prima scena, quando per l’ennesima volta, viene raccontata la storia della morte dei genitori di Bruce, stavo per alzarmi e andarmene, ma ho resistito perché la fotografia meritava. Mentre passavano le scene in basso a sinistra scorrevano anche i nomi degli attori: Henry Cavill, Ben Affleck, Amy Adams, Jesse Eisenberg, Jeremy Irons, Laurence Fishburne, Diane Lane, Kevin Costner, Holly Hunter… e io pensavo “sticazzi!”, ma poi mi sono resa presto conto che il cast(one) compensava tutte le altre mancanze del film e, anzi, mi sono chiesta quanti soldi avevano dovuto sborsare a Laurence Fishburne per fargli fare una parte assolutamente sostituibile da qualcuno di meno importante, ma non vorrei fare lezioni di economia.

La natura controversa dei due personaggi è il cuore del film, insieme al senso di giustizia un po’ anomalo che ha Batman, che marchia a fuoco i fuorilegge o li fa fuori direttamente, e la reazione dei terrestri alla presenza di Superman e il suo pseudo essere divino semi mortale.

La prima parte del film è completamente oscura alla comprensione dei più e decisamente confusionaria, troppe cose in ballo: le visioni di Bruce, le parti nel deserto africano, Lois e Clark che litigano a caso, Lois che giustifica la sua presenza nel film grazie a un proiettile insignificante e, as usual, è colpa sua se Superman viene sgamato brutalmente da Lex.

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Se la media delle fangirl stava pensando a quanto misurasse il diametro del braccio di Ben Affleck che, non so se avete notato, aveva delle serie difficoltà a chiudere le braccia e lasciarle distese lungo i fianchi, io, quando ho letto Jesse Eisenberg nei titoli di testa, ho pensato “Grazie Gesù!!” e, se non fosse stato per Jesse, questa recensione non meriterebbe di essere scritta e qualcuno avrebbe potuto gioirne. Ho letto in giro che questa versione di Lex, in realtà è poco conforme al personaggio dei fumetti e ai suoi predecessori (vd. Kevin Spacey), ma gli psycho un po’ ricurvi su se stessi mi fanno sempre un certo effetto (vd. Joker ne “The Dark Knight”), quindi date le premesse di cui sopra, Jesse Eisenberg valeva quasi l’intero film.

La prima parte è un coacervo di informazioni spiattellate a caso allo spettatore che non capisce se è finito in un noir, in un fantasy, in un action, in un horror o in un film di merda e basta. Gli indizi e le carte scoperte sono davvero troppe. Le parti di Batman sembrano un altro film che potrebbe avere anche un certo stile, anche se le braccia di Ben Affleck sono davvero troppo grosse, ragazzi! Poi sarà che tra tutti Superman non mi ha mai fatto impazzire, quindi le parti di Clark, per me sono davvero insostenibili, ma quanto è idiota? Ti prego Clark, datte na sveja, e si vede che il belloccio Henry Cavill non aiuta a farlo sembrare più furbo. Il Girl Power è sempre apprezzato, quindi Wonder Woman ci stava nel complesso, visto che senza di lei, i due avrebbero avuto delle serie difficoltà a sconfiggere Doomsday, il mostro cattivo più pessimo della storia.

Un film che nonostante sia ricco di informazioni è decisamente povero di struttura e logica… Sono arrivata alla fine del film che continuavano ad andare avanti e io pensavo “ma non è ancora finito? Basta” quindi… Non so se sia colpa di Zack Snyder o colpa degli sceneggiatori, ma qualcuno la colpa per questa roba se la deve prendere, soprattutto perché ce l’avete menata per più di due anni con questo film… Passo e chiudo, senza senso.