New Thing, Wu Ming 1

Noi eravamo la “nuova cosa”, tuttavia non eravamo il futuro ma la volontà di non perdere il presente. In quel tempo presente proseguito a oltranza, notte dietro notte per una manciata d’anni, c’era quel vuoto in cui consisteva la nostra avanguardia. Nel corto raggio di ogni nostra azione c’era la comunità, non l’anticipo di essa, non la promessa di una comunità, bensì la comunità piena, l’intera applicazione del termine. Noi siamo stati la comunità, non litigiosa ma divergente, contagiosa e militante, concentrata eppure sparsa. Non l’abbiamo mancata, la comunità. L’abbiamo vissuta e bruciata, ora la cenere è fredda, di noi non resta che la caricatura, l’immagine del partito del rumore. Noi abbiamo trascinato la storia come Orfeo fece con Euridice, sua sposa prigioniera della morte, precedendola verso l’uscita dagli inferi. Perché Euridice è il nome di chi cerca e trova dike, la giustizia. La giustizia non va seguita, va preceduta. E’ l’unico modo per uscire con essa dall’inferno.

Wu Ming 1, New Thing

“Tutta colpa di Freud” (aka “ma quanto ci piacciono i casi umani?”)

Ho appena visto “Tutta colpa di Freud”, tolto il fatto che sono andata completamente in fissa per Marco Giallini, che trovo un enorme e grandissimo pezzo di gnocco, anche se potrebbe essere verosimilmente mio padre, e va beh, in seguito ai fatti che accadono sempre a queste ore improbabili della notte, mi sono venute alcune riflessioni da fare, e sapete che vi dico? Che mi sa che faccio una recensione mista a una riflessione e che forse questo articolo non riuscirò a finirlo, perché è l’una e dieci di notte, per cui molto probabilmente lo finirò domani, ma è importante che abbiate bene in testa che questa recensione mista a riflessione è già tutta nel mio cervello adesso che è l’una e dieci di notte del 15/8/2016.

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Il film è carino, carino, carino, e non sono una di quelle che dice “carino” per non dire “fa un po’ meno di schifo!”, se dico “carino” è perché penso che sia davvero carino, che potrebbe anche essere sostituito da “tenero” (e parliamoci chiaro, a chi non piacciono le cose tenere?). Comunque, ho già detto di avere una fissa per Marco Giallini, questo perché due settimane fa ho visto “Perfetti sconosciuti” e ho avuto delle visioni su Marco Giallini e, si sa, quando mi parte la fissa, insomma, il passo a conoscere la data di nascita, il peso, l’altezza, il nome dei suoi figli e la sua filmografia completa è sempre troppo breve. Per cui, stasera è toccato a “Tutta colpa di Freud”, film diretto da Paolo Genovese (che è lo stesso di “Perfetti Sconosciuti”, quindi questo mi fa intuire che forse andrò in fissa anche per lui), racconta le vicende dello psicanalista Francesco (Marco Giallini, ndr) alle prese con le sue tre figlie Marta (Vittoria Puccini), Emma (Laura Adriani) e Sara (Anna Foglietta), la prima con la sindrome dell’amore platonico (chissà come mai, mi sono sentita particolarmente presa in causa), la seconda 18enne impegnata con un 50enne e la terza lesbica con crisi di identità sessuale. L’amore, le sue caratteristiche e le sue problematiche sono il fil rouge di tutto il film che Genovese gestisce con una leggerezza non scontata, riuscendo anche a portare sulla scena temi più delicati come l’amore paterno, la crisi coniugale e la disabilità, senza spogliarli del loro significato e senza ridicolizzarli, rendendo questo film una commedia piacevole, fruibile e non volgare. Marco Giallini si presta particolarmente a questo tipo di ruoli, ironico al punto giusto e capace di “sottendere di dolorosa verità anche il più leggero dei dialoghi che lo vedono protagonista” (cit. da http://www.mymovies.it/film/2014/tuttacolpadifreud/) ed è forse questa umanità e, di conseguenza, un’incredibile credibilità a renderlo particolarmente “attraente” ai miei occhi. Il cast che gli gravita intorno non è da meno, infatti, in due ore di film compaiono: Vittoria Puccini, Anna Foglietta, Claudia Gerini, Alessandro Gassmann, Daniele Liotti, Giulia Bevilacqua ed Edoardo Leo.

La riflessione è partita quando nel film Sara, indecisa sulla sua identità sessuale, chiede al padre di parlarle di uomini e Francesco recita un monologo pungente e azzeccato, almeno per il genere femminile di sicuro.

“Io mi sento di poter dividere gli uomini in quattro categorie, che più o meno mi vanno a coprire circa il 95% dell’universo maschile.
Categoria numero 1:  gli insoddisfatti. Tutto il giorno ripetono -la mia vita fa schifo, mia moglie non mi ama, i miei figli mi detestano-. La donna che casca in questo rapporto diventa una crocerossina; non dice mai -io ti amo-, ma dice -io ti salverò-.
Categoria numero 2: Peter Pan. Hanno di bello che non hanno crisi di mezza età perché sono fermi all’adolescenza. Per loro sei un joystick, conquistarti vuol dire salire al primo livello, portarti a letto è vincere la partita. Prediligono donne giovani, esageratamente giovani.
Passerei senz’altro alla categoria 3, i vorrei-ma-non-posso. Di solito sposati con figli, ma in procinto di separarsi, in procinto di dirglielo, in procinto di andare via di casa… Sono sempre in procinto di, ma non fanno mai nulla, perché ora lei sta attraversando un momento difficile, perché il bambino è piccolo, perché il bambino non capirebbe. Poi alla festa di laurea, del bambino, forse capisci che il momento giusto non arriverà mai. E poi ci sono infine i buoni, belli  e intelligenti”
“Ah, finalmente! Qual è il loro problema?
“La mamma”
“La mamma?”
“Sì, una presenza costante e imprescindibile, fin dall’infanzia. E’ lì che cominciano a trasformare i loro piccoli uomini in piccoli mostri. -Ma quant’è bello ‘sto pisellino?  Ma com’è grosso ‘sto pisellino, ma di chi è ‘sto pisellone?-. Tutto il repertorio: quanto sei bello, quanto sei intelligente, quanto sei bravo. E allora, se per metà della tua esistenza una donna ti fa sentire Dio, perché accettare che per il resto della vita un’altra donna ti faccia sentire uno stronzo?”
“Papà, però scusa, tu hai parlato del 95%  degli uomini. E il restante 5%?”
“Sono quelli decenti. Buona caccia al tesoro amore mio”.

E a me è subito venuto in mente di aggiungere una categoria o almeno implementarne una, che più che “INSODDISFATTI” chiamerei “CASI UMANI”. E’ la categoria più angosciata della lista. I “CASI UMANI” hanno un evidente bisogno di sostegno, di qualsiasi tipo, e sono alla costante ricerca di certezze e conferme, la loro frase tipo potrebbe essere sempre una domanda, del tipo: “ho fatto bene?”, “cosa ne pensi?”. Hanno sempre una gran voglia di raccontarti delle cose, non si capisce bene se per farti rosicare, per autocompiacersi o forse perché hanno davvero bisogno di parlare. A volte si mascherano da uomini adulti, ma a quanto pare solo anagraficamente, perché sebbene, in alcuni casi, abbiano 30 anni suonati e a te non sorge alcun dubbio sul fatto che dovrebbero ormai aver capito con certezza quello che vogliono dalla vita, rimani stupefatta dal fatto che -no, non l’hanno ancora capito!- e tu pensi che dev’essere proprio una vita difficile la loro, ma forse solo per te, perché loro sembrano non preoccuparsene. Tendenzialmente hanno sempre le sembianze di un artista (e che ci devo fare, è un chiodo fisso), che fa sempre figo, per cui sono spesso degli inconcludenti. Pensando di fare cosa buona e giusta, hanno anche il coraggio di chiederti: “dove sei stata per tutto questo tempo?” e “vaccaboia-morissi-ammazzato-non-ti-avessi-mai-conosciuto-li-mortacci-tua”, ti verrebbe da rispondere, ma hai sviluppato una tecnica sublime di autocontrollo, così che li guardi e gli sorridi solo timidamente.

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Ma il problema è nostro, di noi donne intendo, perché questi esseri infimi ci attizzano e pure tanto e nonostante abbiano degli evidenti problemi, hanno una presa incredibile sulla nostra sensibilità e sulla nostra voglia di maternità soffocata. La chiamano sindrome da crocerossina (anche se non è proprio adatto), per descrivere il fatto che i soggetti ci appaiono come dei cuccioli di labrador indifesi, che ci viene una gran voglia di accudire perché, per una volta, abbiamo la presunzione di ritenerci importanti a tal punto da riuscire a salvarli dalla loro condizione, in quanto nessuno è stato capace di farlo fino a quel momento, perché è ovvio, solo adesso hanno incontrato te. Ma smettiamola di prenderci in giro, se anche ci andasse bene, quindi riuscissimo a concludere qualcosa, che vita potremmo avere? Una vita di angosce e la vita è già abbastanza grama, senza qualcuno al nostro fianco costantemente alla ricerca di una certezza che, sebbene non l’abbia ancora razionalizzato, nessuno può realmente dargli, perché neanche lui sa quello che cerca, un po’ come succede in “Guida galattica per gli autostoppisti”, quando Lunkwill e Fook cercano “LA RISPOSTA! -alla vita, all’universo e a tutto quanto”, ma la verità è che non sanno nemmeno qual è la domanda.

E mi sento di dedicargli una bella canzone, va la!

Disclaimer: i disclaimer vanno sempre fatti, probabilmente solo per giustificarsi, o probabilmente perché il linguaggio è sempre molto di arbitraria interpretazione. Così, ci tenevo a dire che è chiaro che si tratta di una tipo e si sa che le tipologie e il campione non potrebbero mai rappresentare la realtà in modo totale ed efficace, proprio perché si tratta di tipologie, quindi non faccio di tutta un’erba un fascio ed è ovvio che si tratta di una considerazione esasperata del tutto personale.

Costanza (aka l’estate è un brutto periodo)

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Mannaia boia! L’estate è un brutto periodo per cercare costanza nella propria vita. D’estate, i capelli restano legati perché sciolti fa caldo, non ci si trucca perché il trucco cola, ci si fa i peli con il dannato rasoio mandando a puttane i 25€/a botta di ceretta, l’interno coscia si irrita, le coppie si sfaldano perché bisogna divertirsi e la radio passa 25 volte all’ora il tormentone dell’estate, e quindi d’estate non si possono fare progetti, proprio le condizioni non lo permettono. Ma in realtà l’estate avrebbe un potenziale incredibile per dare vita a una serie di cose, ma si sa che quando le cose hanno potenziale, tendenzialmente, vengono abbandonate a se stesse. Per esempio, d’estate ci si innamora molto più facilmente (e non ditemi che succede solo a me, anche perché innamorarmi facilmente a me capita tutto l’anno)e ti dicono: “è l’estate fa questi effetti”, non so, forse gli effetti sono la sudazza sulla pelle, le spalle bruciate, le camicie con le maniche corte sugli uomini e le unghie dei piedi da tagliare, può esse’ tutto! Comunque pensateci, vi è mai capitato di provarci con un ragazzo d’estate? Vi incontrate grazie a un progetto (chiaramente organizzato prima dell’estate, perché d’estate non si possono fare progetti) e vi piacete, ma forse questo è un parolone, diciamo che flirtate, quindi potenzialmente potrebbe succede qualcosa, poi se siete coraggiosi a tal punto da meritare la mia ammirazione provate anche ad organizzare delle uscite, facciamo una sola uscita va e quello che capita è più o meno questo: “allora io parto fra 2 giorni, sto via una settimana, poi torno per 4 giorni, poi riparto, ma poi torno di nuovo per quasi 10 giorni e poi rivado via per due mesi e mezzo, tu?” e a fanculo quand’è che ci vai? E finisce così, non ci si prova neanche, e via, potenziale andato. D’estate le donne hanno degli imbarazzanti modi di mangiare il gelato e d’estate ci sono delle cose che fanno tendenza e non si capisce il motivo, per esempio quest’estate ho visto decisamente troppi ragazzi con cappellino alla pescatora, che no, non fa figo (anche se…)!

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D’estate i programmi alla tv finiscono e le serie televisive anche. Per cui sono troppi i motivi per i quali d’estate non si può cercare la costanza nella propria vita, già non è facile capire cosa si vuole durante l’anno, d’estate si è più fugaci del solito, di nuovo, a me quest’estate è successo che mi sono stati regalati due libri per il compleanno, ne ho comprati altri 5, ma adesso ne sto leggendo un altro ancora. E’ per questo genere di cose che d’estate non si possono fare progetti. Quindi non si può proprio essere costanti, ed è per questo che la mia costanza sul blog è molto scostante, quindi non ve la prendete, d’estate ci sono troppi input, l’ho detto che potenzialmente potrei scrivere un post al giorno, ma d’estate queste cose non si possono fare, perché l’estate è un brutto periodo per cercare la costanza nella propria vita.

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Gaia C. 

Instagram: @gaiakhushi 

Ricatti (aka Termini e condizioni)

L’altro giorno mi hanno fatto uno pseudo ricatto che diceva così “se mercoledì sera leggo ancora quel titolo, giuro che non leggo più il blog!”. Date le condizioni di arbitraria interpretazione dello pseudo ricatto, potrei fare qualsiasi cosa: scrivere un titolo e lasciare la pagina in bianco, pubblicare il video di una canzone, postare una foto, scrivere una citazione del libro che sto leggendo (non fosse che mi sono appena resa conto che non ha citazioni memorabili da riportare da qualche parte, ma sono sicura che la fine mi sorprenderà). Ci ho pensato sul serio, rispondere con lo stesso metodo, cominciare una sfida, ma voglio dire alla persona che mi ha scritto quel messaggio, che giuro che ci ho provato a scrivere qualcosa, ci ho pensato sul serio e sono andata anche un po’ in crisi, ma la stanchezza prevale e mi sa che più di 169 parole non riesco a scriverle. Però ho assolto a quanto richiesto nel ricatto, quindi mi spetta quanto concordato, ma tu fai quello che senti. 

 

 

Un amore senza fine (aka la speranza è l’ultima a morire)

Dopo una giornata deprimente passata in casa, quale occasione migliore per guardare un bel film altrettanto deprimente?

Stavo su Instagram e mi è capitata una foto di Alex Pettyfer (benedica!) e da un foto su Instagram alla sua pagina su Wikipedia e a un suo film, il passo è stato molto breve. Nella filmografia salta subito all’occhio il titolo “Un amore senza fine”, non poteva che essere così, dato che l’amore è il mio topic preferito. La storia del film narra dell’amore tra Jade e David  Il film comincia con la cerimonia del diploma dei due, in cui Jade, grazie ad un’illuminazione si rende conto di non aver instaurato nessun rapporto con i suoi coetanei (tempismo perfetto, no?), dopo aver portato il lutto di suo fratello per due anni. Conosce David che, non era manco nato, ma già ne era innamorato perso. La loro storia d’amore inizia, indicativamente, al minuto 7:45 del film, proprio come succede nella realtà. Mentre si amano e fanno tutte le cose fighe che si fanno nei film, David impara a conoscere il padre di Jade, Hugh, che non accetta il fatto che sua figlia possa perdere l’innocenza e soprattutto che rinunci alla vita da cardiologa che le aveva programmato. Jade e David provano a continuare la loro storia d’amore, lottando, combattendo e soffrendo… E noi insieme a loro, yeah! Il povero umile straccione David che si innamora della ricca Jade? Ma stiamo scherzando? Chiaramente inaccettabile per il padre di lei che “ho già perso un figlio, non ho intenzione di perderne un altro” (cit.). Lei parte per il college, loro stanno lontani perché il papà brutto-cattivo gli manda un ordine restrittivo, ma la mamma bella-buona, riesce a farli incontrare e i due si amano follemente perché “il primo amore non si scorda mai”, boh non chiedetelo a me che giusto oggi ho rivisto il mio ex!

Nel complesso, film caruccio, cioè accettabile per una domenica sera sotto la copertina come gli anziani. Sostenuto indubbiamente da Alex Pettyfer che, nonostante i suoi padiglioni auricolari, se la gioca sempre bene con l’addominale, il braccio grosso e il white smile alla mentadent, ma io non volevo fare una recensione, volevo riflettere su questo mio autolesionismo, questa propensione riconosciuta a mettersi il dito nella piaga da soli, come quando da piccoli ti sbucciavi le ginocchia e ti veniva la crosta che, puntualmente dovevi togliere, dissanguandoti di nuovo e facendo crescere una nuova crosta che sarebbe poi facilmente diventata una cicatrice a causa di tutte le volte che provavi a staccarla. Alla fine, non si sa bene per quale motivo, perché se lo scoprissimo non ci sarebbe più gusto, proviamo una sorta di piacere a crogiolarci nelle situazioni. Abbiamo voglia di parlarne e riparlarne, anche se l’esito di quelle chiacchierate è più chiaro dell’acqua in fondo al gabinetto. Sfiniamo i nostri amici che ascoltano la stessa storia per diciotto volte, come se alla fine ci fosse un risvolto diverso dalla prima volta che l’abbiamo raccontata. E la raccontiamo alle amiche, la raccontiamo agli adulti sposati con figli, la raccontiamo agli sconosciuti, perché hanno un occhio più critico del nostro. E poi guardiamo questo tipo di film, questa è una delle parti che mi piace di più di tutto il processo, guardiamo questi film per accertarci ancora di più che una situazione del genere non potrebbe mai esistere nella realtà nuda e cruda delle nostre storie d’amore sfigatelle e ci piacciono anche tanto, perché ci mandano in pappa il cervello per qualche minuto o magari per un giorno intero, perché la verità è che ti fanno venire voglia di fare qualche cagata e alimentano la speranza che abbiamo lasciato in fondo al cassetto.

P.S.: Alex, ti ho inserito nella lista dei miei tipi ideali, congratulazioni!

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Pensavo (aka non è mai il momento o lo è sempre?)

sono-al-posto-giustoPensavo che il momento giusto fosse cinque anni fa, era fine luglio e, dopo che avevi pianto tra le mie braccia, sussurrandomi un -grazie-, ho pensato: “questa è la volta buona, ho aspettato così tanto e adesso mi gioco tutto”. Per giocarmi tutti ci ho messo 7 mesi, ma mi sbagliavo, non era quello il momento giusto ed è passato.

Pensavo che il momento giusto fosse due anni fa, era fine marzo e mi sono fatta convincere a mandare quel messaggio, mentre eravamo in macchina, per scaramanzia l’ho inviato solo quando sono arrivata in quella casa, perché era successo qualcosa lassù, mi sentivo diversa e tutti continuavano a ripetermelo: “questa è la volta buona. Sei luminosa, così non ti ho mai vista, questa volta è diverso!”, ma sbagliavamo, non era quello il momento giusto ed è passato.folie11

Pensavo che la volta buona fosse quasi un anno fa, era giugno e quando ti ho visto la prima volta ho pensato: “questa è la volta buona”. A luglio ne ero quasi convinta del tutto, ad agosto ho cominciato a dubitare ma ci speravo ancora, il 31 agosto ho avuto la conferma, sbagliavo, non era quello il momento giusto ed è passato.

Pensavo che il momento giusto forse circa un mese, fa era inizio maggio, le cose quella volta erano cambiate sul serio come mai prima di allora, ero talmente convinta che senza pensarci due volte ho detto: “Sì, lo voglio!”, senza immaginare che qualche giorno dopo, il ripiego era dietro l’angolo, mi sbagliavo non era nemmeno quello il momento giusto, ma il dispiacere è passato in fretta.tumblr_nc2pxcVXbG1qdtt0bo1_500

Pensavo che il momento giusto fosse circa una settimana fa, e allora ho cominciato a pensarci assiduamente, oggi quando sono entrata nello spogliatoio dopo 3 ore, ho capito che mi sbagliavo, non è nemmeno questo il momento giusto.

Ma allora non è mai il momento giusto o forse lo è sempre? image1

Tornare (aka There’s no place like home)

Quando ti allontani per un po’ da casa vorresti non tornarci più, stai troppo bene fuori e ti senti libera finalmente. L’ordinarietà degli ultimi dieci anni ha lasciato il posto a tutto quello che, per non si sa quale ragione, ti eri sempre imposta di non fare, di allontanare e di resistere, perché la spensieratezza non era concessa e la vita bisognava sempre prenderla seriamente, a tal punto che anche le formiche diventavano degli insetti giganti, così come una difficoltà minuscola lasciava spazio alla tragedia. Stai fuori e la vita ti sorride, fai degli incontri e diventi un po’ come un bambino, non riesci a stare seduto nello stesso posto per più di 5 minuti o meno, vuoi solo andare, non importa dove, ma andare, perché altrove è sempre meglio. Ho sempre avuto la tendenza a voler andare, da piccola quando qualcuno mi faceva arrabbiare in casa, preparavo la valigia, che al tempo era una scatolona di plastica gialla (che è il mio colore preferito), ci mettevo Banana, il mio pupazzo, qualcosa a cui non potevo di certo rinunciare e via, partivo, chiudendomi in bagno, perchè in una casa di 50mq era l’unico posto tranquillo, tant’è che per me il bagno di casa mia è una specie di santuario della meditazione e non solo dei bisognini. Quando sto fuori di casa sto proprio bene, e l’ora di tornare non arriva mai, esasperando gli amici e i miei.
Dopo mesi di lontananza del cuore, ultimamente, ho voglia di raccontare qualcosa in più di casa mia, perchè la tengo sempre un po’ nascosta, quasi come se esistesse solo in un mondo parallelo che conosco solo io, però non è un mondo parallelo, è reale, è fatto di luoghi e di persone che, forse in modo un po’ anomalo da quello che ti aspetteresti da un giovane medio, mi hanno segnato indelebilmente, lasciando tracce, in alcuni casi impercettibili e in altri voraginosi (che forse non esiste). Quando vuoi fare incontrare due mondi inizia la paura di svelare troppo e io tendenzialmente racconto poco di me, oppure racconto fino a quando so di essere capace di reggere, fino a quando so che c’è sempre un piccolo margine di salvezza o di fuga a gambe levate. È difesa, non è nient’altro. Oggi sono tornata a casa, un po’ per ripiego, perchè i programmi che avevo in mente sono saltati ed è successo l’inaspettato, perchè quando torni a casa, qualcuno ti aspetta sempre, perché a casa succede cosí, nonostante negli ultimi tempi tu abbia portato più pacchi di un corriere, c’è qualcuno che, anche se non ti vede da tre mesi, ha capito quanto avevi bisogno di andare via e resta lí, ad aspettarti, perché è sicuro che tornerai, si torna sempre, prima o poi. E tu torni, senza dirlo a nessuno e vedi che le cose stanno andando avanti anche senza di te, ma quando torni comunque ti viene incontro e ti parla, come se non te ne fossi mai andata, come se fossi sempre stata lì.
Quando smetti di aspettarti qualcosa, è quello il momento in cui succede. Ogni tanto fa bene tornare a casa e ti dico di più, mi piacerebbe trovarti lì un giorno.