Umberto Galimberti “Il poliamore è davvero una scelta di libertà?” (@ D-La Repubblica)

Quando Jacques Attali parla di “poliamore”, come lui lo chiama, dice una cosa che c’è sempre stata. La differenza consiste nel fatto che la cultura di un tempo lo secretava e al limite lo censurava, mentre la cultura di oggi lo giustifica e addirittura lo teorizza.
Questo è avvenuto perché ci siamo evoluti? Perché siamo meno ipocriti?
No, avviene perché in un mondo divenuto instabile, precario, incerto e dal futuro imprevedibile, diventa difficile contrarre legami affettivi a lungo termine. Di qui il disimpegno emotivo e insieme il bisogno spasmodico di godere di tutto ció che offre il presente, soprattutto in una cultura come la nostra che, per il bene dell’economia, non passa giorno che non ci inviti al consumo delle cose e, perché no, anche dei piaceri, promuovendo così un’etica dell’edonismo, che non è il piacere a lungo termine come insegnava Epicuro, ma il piacere mordi e fuggi che si consuma sul momento. Dando a ciascuno la possibilità di scegliere ciò che più gli piace, la cultura del consumo induce a concepire la scelta non più come un atto che ha delle conseguenze, magari anche di rilievo, ma come uno stile di vita, che vale tanto quanto ne vale un altro. E così, liberata dal suo spessore etico, la scelta diventa un puro fatto estetico che, a seconda delle circostanze, si puó assumere o scartare come si fa un abito.
A questo punto anche la libertà cambia significato. Non più la libertà di scegliere un percorso in grado di realizzare la propria personalità, il proprio daimon, come dicevano gli antichi Greci, da cui dipende la felicità, che loro chiamavano eu-daimonia, buona realizzazione del proprio demone, ma una libertà intesa come “revocabilità di tutte le scelte”. Il che consente di tenere aperta la possibiltà di scegliere le persone, gli amici, gli amanti, le mogli, i mariti (esattamente come si fa con le merci, nei confronti delle quali non c’é alcuna fedeltà) come effetto del potere seduttivo della pubblicità che incanta, affascina e fa apparire obsoleto il prodotto che prima avevamo scelto.
Matrimoni aperti, relazioni senza impegno, poliamori non sono espressioni di una cultura che si è evoluta ed emancipata dai divieti della religione o dalle consuetudini collaudate dalla tradizione, ma l’effetto inevitabile di una scoietà regolata sostanzialmente dal mercato e dal consumo, che ci dà l’illusione di una libertà illimitata, a scapito della costruzione di una biografia significativa capace di riconsegnarci un’identità in cui riconoscersi.
In questo disimpegno emotivo mascherato dall’euforia di una libertà che non ha confini, dove il passato non ha peso e il futuro non richiama a un impegno, assistiamo non solo, come tu dici caro Martino, a una perdità di responsabilità, ma anche a una perdita di se stessi che, nel trapassare da una scelta a un’altra senza nessun calcolo delle conseguenze. Ci si ritrova con un io che, alla fine non è minacciato dalla disintegrazione, non può evitare di fare i conti con un senso di vuoto interiore, per attenuare il quale non bastano gli psicofarmaci a cui sempre più spesso si fa ricorso, perché anche gli psicofarmaci appartengono a quel mondo del consumo forzato che io vedo come causa prima di tutta l’insoddisfazione chs deriva da questo nuovo concetto di libertà come revocabilità di tutte le scelte.

Umberto Galimberti @ D- La Repubblica
“Il poliamore è davvero una scelta di libertà?”

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