Come te, nessuno mai (aka Lettera d’amore ad un professore universitario)

10 mesi e 12 giorni. Sono passati 10 mesi e 12 giorni, dall’ultima volta in cui ci siamo visti, in quell’aula della palazzina Einaudi, aula A se ricordo bene. I tre mesi, o per meglio dire, le 72 ore di corso passate insieme sono impresse nel mio cuore indissolubilmente. Tante volte, dopo quell’ultima volta in cui i nostri sguardi si sono incrociati, la mia mente è tornata sui tuoi passi, sui nostri passi, sul terreno che entrambi abbiamo calpestato e sul legame che abbiamo cercato di costruire tutti i giovedì e i venerdì dalle 10 alle 13. Ho cercato il tuo volto nelle facce degli altri, sui libri, sui blog che parlavano di gentrification e a volte googlavo il tuo nome per cercare quella piccola foto che usi come foto sul tuo profilo di LinkedIn. Tante le persone che ho pensato avrebbero potuto sostituirti nelle corde del mio cuore, che avrebbero potuto prepotentemente spodestarti dal trono dell’ idealtipico regno che ha preso piede nella mia testa, dove ho il privilegio di stare al tuo fianco a regnare sul tetto del grattacielo SanPaolo a Torino, costitutivo della nostra percezione del mondo. Il mio amore era, 10 mesi e 12 giorni fa, così grande da avere il timore di dimenticarti, di non ritrovare più quello che avevo avuto l’impressione di conoscere così bene, quando saresti tornato dal paese dei sogni, il timore di chiederti aiuto per il mio dolore e il timore di essere giudicata. Ho marcato come in una fotografia tutte le espressioni che ero certa mi sarebbero mancate di te. Continuavo a cercare un po’ di te nelle parole di quelli che ti hanno incontrato dopo il tuo ritorno, ma non ho mai avuto il coraggio di affrontarti, di bussare alla porta del tuo ufficio, che in quel labirinto di Cnosso, saprei raggiungere ad occhi chiusi, dopo tutto questo tempo.
Non pensavo di rivederti, non oggi almeno; ma quando per qualche spinta intrinseca, per quel desiderio di infinito che ci accomuna, sono uscita da quella porta, il mio cuore ha sobbalzato quando ti ho visto alla macchinetta del caffè intento a non scottarti le mani con il bicchiere rovente. Una sensazione di panico e la ricerca di vie d’uscita immediate dal labirinto hanno invaso il mio corpo, volevo fuggire urlando tutto quello che non ti avevo mai detto. Non sono riuscita a incrociare il tuo sguardo se non per pochi secondi, non mi sono resa conto se tu invece l’hai fatto, forse sì, chiedendoti cosa ci facevo lì, me lo sono chiesta anche io, me lo chiedo tutti i giorni quasi. Non ho riconosciuto la tua voce, ma non ho voluto verificare se eri davvero tu a parlare o qualcun altro vicino a te. Sono stata pochi secondi alla tua vista poi mi sono nascosta lungo il corridoio lontano, pensando che tanto sarei dovuta passare di nuovo da lì, ma quando ho preso il coraggio di sfidarti, te n’eri andato.
Sono entrata in classe di nuovo e una ragazza ha fatto il tuo nome, gelosamente avrei risposto “tu non ne sai niente”, ma mi chiedo se sono io invece a non sapere niente di te.
Questa è la lettera d’amore che non sono mai riuscita a scrivere, come tutte le altre occasioni abbandonate o giocate male. Tutto questo vuol dire che ti amo troppo o che non ti ho mai amato per davvero? Tutto questo vuol dire che ti ho perso per sempre o che non si puó perdere qualcosa che non si è mai avuto?
Sì, ti amo o amo l’idea che mi sono fatta di te o amo l’idea che cerchi di veicolarmi o amo solo la tua barba brizzolata o amo i tuoi piccoli occhi azzurri o amo le tue spalle piccole e la forma strana del tuo corpo o il tuo Mac o la tua comparazione tra Baudelaire e The Cure.
Non lo so, Giovanni, ma come insegni tu sociologia delle culture urbane, nessuno mai.

IMG_6866.JPG

Disclaimer: questa storia d’amore è frutto della fantasia della sottoscritta e della mia tendenza a idolatrare i professori di sociologia del mio corso di studi. Niente di empiricamente verificabile è avvenuto.

2 pensieri su “Come te, nessuno mai (aka Lettera d’amore ad un professore universitario)

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